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Ugo Maiorano
quando la tammorra diventa una scelta di vita
"A Vita è bella pecchè sabball"
( Nando Citarella )
ugomaiorano.it
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La festa della Madonna dell’Arco
Piangere, svenire, credere

Esistono tante altre Italie, sommerse e sconosciute, rimosse e negate, silenziose eppur segnate da soffocate grida di dolore. Non ne parlano i libri di storia; non le sbattono in prima pagina i  media che rincorrono gli eventi  eclatanti o piccanti; ne ha quasi perso la memoria questa nostra società che vive il suo "qui ed ora" alienante e straniante. Scoprire, capire e, se è il caso, interiorizzare questi frammenti di quotidianità sofferta e misteriosa apre all' improvviso una finestra sul mondo e ci fa avventurare in un territorio, che era magari accanto a noi, ma ci era sempre sfuggito. Per caso o addirittura per pigrizia.
Una di queste  altre Italie è rappresentata dalla immensa folla di fedeli, che entrano in diretto contatto con il Soprannaturale e il Miracoloso durante la festa della Madonna dell’Arco, che si svolge nella giornata di Lunedì nella cittadina campana che prende il nome dal succitato titolo della Vergine. Qui si venera l'immagine di una Madonna che reca sul volto il segno di una tumefazione. Si tratta della traduzione pittorica di un episodio inquietante che capitò nel 1450: un giovane che giocava a  "palla a maglio", avendo perso la partita, scagliò adirato la sua boccia sul viso della Vergine, che cominciò a sanguinare.
Ancor più terribile è l'altra storia, tuttora viva nell'immaginario colletti-vo: il Lunedì in Albis del 1589 una donna, Aurelia del Prete, mentre stava portando proprio alla Vergine un ex-voto per la guarigione del marito, maledisse la sacra Effigie, perché ella aveva smarrito il suo porcellino: esattamente un anno dopo le si staccarono dolorosamente i piedi, che sono custoditi in una gabbia di ferro nell'attuale Santuario.
Ed è in questa Chiesa che conver-gono, appunto il giorno dopo Pasqua, migliaia di  fujenti  (che significa "coloro che corrono sempre") o  vattienti  (perché in passato si percuotevano). Emblematici sono i colori della loro divisa: il rosso della fascia in vita richiama il sangue che sgorgò dal viso della Vergine, l'azzurro della fascia trasversale rimanda al Cielo, al quale rivolgono le loro domande popolari di aiuto, il bianco dei pantaloni e della camicia allude al colore tipico dei Trapassati, degli Invisibili, delle Creature diafane, che si vedono e non si vedono o, meglio, vedono  senza  esser  viste.
Ed è la morte appunto -quella dell'anima, ma anche quella del corpo-   che essi temono e che intendono esorcizzare con la trance in cui cadono, solo dopo che sono entrati nel sacro recinto del Tempio: qui svengono, urlano, si irrigidiscono, mimando l'irrigidimento della morte. Solo altri  "fujenti" possono intervenire ad aiutare i devoti svenuti, reinstaurando il senso di  una  socializzazione fisica e spirituale.

Ugo Maiorano
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