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		<title><![CDATA[Ugo Maiorano - Sito Ufficiale]]></title>
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		<description><![CDATA[Scopri il mondo della musica della tradizione con Ugo Maiorano. Esplora le radici culturali e le melodie che raccontano storie uniche.]]></description>
		<language>IT</language>
		<lastBuildDate>Thu, 20 Aug 2026 14:36:00 +0200</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[Un Riconoscimento che appartiene alla Nostra Terra]]></title>
			<author><![CDATA[Guest Blogger Tanya Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=dicono"><![CDATA[dicono]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">L’assegnazione del Premio Speciale “Città di Nocera Superiore – Stella Diana” (Sezione Società Civile), conferito nell'ambito del Premio Sette Madonne - Materdomini 2026, rappresenta un momento di profonda gratitudine e di importante riconoscimento per il lavoro svolto sul territorio. Tale attestato travalica la dimensione individuale per diventare una testimonianza collettiva dell'impegno profuso nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale immateriale della Campania.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​Un sentito ringraziamento va all'Amministrazione Comunale di Nocera Superiore, guidata dal Sindaco Dott. Gennaro D'Acunzi, per la nota ufficiale inviata e per le parole di stima espresse nei confronti del percorso umano, artistico e scientifico di Ugo Maiorano.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><img class="image-3 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-08-20-at-15.12.45--1-.webp" alt="sindaco" title="premio" width="458" height="558" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><img class="image-4" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-08-20-at-15.12.45--2-.webp" alt="nota sindaco nocera superiore" title="nota" width="415" height="556" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> Ricevere questo riconoscimento nei pressi dello storico Santuario di Materdomini conferisce al premio una valenza spirituale e identitaria di particolare rilievo. Un pensiero di forte sostegno, profonda stima e vicinanza va ai Frati del Convento di Materdomini, in particolare a Padre Andrea e Padre Antonio: figure devote, accoglienti e sempre disponibili nel preservare e rinnovare lo spirito autentico della devozione e della festa.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​L'iniziativa ha visto la cooperazione e il patrocinio di diverse istituzioni e realtà associative che operano con dedizione sul territorio. Un doveroso ringraziamento spetta ai Comuni organizzatori, all’Associazione Culturale "Gli Scettici", alla F.I.T.P. (Federazione Italiana Tradizioni Popolari) — che da anni svolge un’azione capillare su scala nazionale per la salvaguardia del folklore e delle tradizioni popolari — e alla Cooperativa Sociale Giancarlo Siani.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><img class="image-5" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-08-20-at-15.12.45.webp" alt="premio 7 madonne" title="premio 7 madonne" width="477" height="686" /><img class="image-6" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-08-20-at-15.12.29.webp" alt="attestato" title="attestato" width="482" height="692" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​Il Premio Sette Madonne si inserisce nel solco di una secolare tradizione antropologica e religiosa legata al ciclo mariano delle Sette Madonne campane: la Madonna di Materdomini a Nocera Superiore, la Madonna di Montevergine a Mercogliano, la Madonna dell'Arco a Sant'Anastasia, la Madonna delle Galline a Pagani, la Madonna dell'Avvocata a Maiori, la Madonna dei Bagni a Scafati e la Madonna del Castello a Somma Vesuviana. Questi sette santuari non si visitano a caso, ma seguono fedelmente i ritmi e i tempi della terra: per i contadini dell'Agro e dell'intera regione, infatti, le 7 Madonne hanno sempre scandito le stagioni del lavoro, dalla semina alla mietitura. Un ciclo sacro che si apre a Pasqua con la Madonna dell'Arco e la Madonna delle Galline, attraversa i canti e i riti della primavera con la Madonna del Castello e la Madonna dell'Avvocata, passa per i raccolti di maggio con la Madonna dei Bagni, giunge al cuore dell'estate a metà agosto con la venerazione di Materdomini, e si chiude a settembre con la solenne salita a Montevergine. Un circuito devozionale che rappresenta la vera spina dorsale della nostra cultura popolare, dove fede, musica, cicli naturali e partecipazione comunitaria si intrecciano in modo indissolubile.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br><img class="image-0 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-08-20-at-15.36.35.webp" alt="ugo premio" title="ugo" width="225" height="314" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​Negli anni, l'attività di Ugo Maiorano si è concentrata sulla ricerca etnoprofessionale, sullo studio dei canti tradizionali, dell'uso della tammorra e sui rituali legati alla civiltà contadina, con l'obiettivo fondamentale di avvicinare tanti giovani al canto, al suono dello strumento e alla danza. Un’opera di trasmissione intergenerazionale guidata in primis da un valore imprescindible: il rispetto, principio cardine della nostra tradizione che oggi è sempre più raro ritrovare.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​Accogliendo questo riconoscimento, Ugo Maiorano esprime la sua personale gratitudine, sottolineando l'orgoglio di ricevere un attestato che premia l'intera comunità custode della memoria locale. Nel ribadire che il dovere primario di ogni ricercatore e musicista sia quello di recuperare, divulgare e salvaguardare le radici culturali delle nostre terre, il pensiero corre ai ricordi d'infanzia: a quando, da bambino, dopo aver aspettato un intero anno la festa popolare, ci si recava sul posto con lo strumento in spalla senza però suonare se non si riceveva l'invito formale degli anziani. Rientrare a casa senza aver toccato il tamburo non era una sconfitta, bensì un arricchimento profondo, un'inestimabile lezione di umiltà e rispetto che ha plasmato l'amore per questa tradizione.</div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">​Questo premio ci ricorda il significato più profondo del nostro fare cultura: la musica è unione, amore e fratellanza, ed è un momento unico per stare insieme, condividere le proprie radici e volersi bene. Bisogna sempre essere se stessi e rispettare sempre tutti, perché la tradizione è un'esplosione di energia positiva che deve gioire su ognuno di noi.<br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="end" style="text-align: end;"><i>Tanya Maiorano</i></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 12:36:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Ballo senza Anima]]></title>
			<author><![CDATA[Guest Blogger Tanya Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000018"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><i>Un tempo la festa non era un appuntamento sul calendario, ma un battito necessario dell'anima, un rifugio sacro dove la fatica della terra si trasformava in devozione e il silenzio valeva più di mille parole. Oggi quel silenzio è assediato dal frastuono, ma la radice, se curata con rispetto, continua a spingere sotto la terra antica. </i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><i>Qualche giorno fa mi sono ritrovato con Biagino e Ugo ho assistito ad uno scambio di idee che riporto pari pari al testo. Ugo e Biagino, entrambi di S. Marzano sul Sarno (SA), due epoche diverse ma ancora con gli stessi valori; entrambi hanno conosciuto i vecchi della tradizione ed entrambi possono raccontare tantissimi aneddoti della vita popolare e della tradizione. </i></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><i><br></i></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff1"><b>Il ballo senza anima: confronto costruttivo sulla radice e sul futuro</b></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs14lh1-5 ff1"><b><br></b></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>UGO:</b> Vedi, Biagino, quando guardo le nostre piazze con le feste tradizionali oggi, avverto una forte spaccatura nell'anima. In superficie, la tradizione appare più viva che mai: cerchi enormi, fiumi di persone, e tantissimi giovani che si avvicinano a ritmi e canti che un tempo rischiavano l'estinzione. Da un lato la mia pelle gioisce, perché vedere questa moltitudine unita da una stessa vibrazione è un'immagine fraterna che scalda il cuore. Eppure, dietro questa facciata amplificata dai social, mi sale un nodo in gola che mi costringe a scavare più a fondo. Ti guardo suonare e mi chiedo: in tutto questo movimento, cosa è rimasto della devozione autentica? Dov'è finito il rispetto profondo per il rito?</span><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-06-08-at-23.40.25.webp"  width="452" height="332" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>BIAGINO:</b> È una domanda che pesa, Ugo, e che ci dobbiamo porre con onestà, proprio per il bene di questa radice. Il fatto che la tradizione attiri così tanta linfa giovane è un segnale meraviglioso, un dono. Ma la verità che fa male è che oggi troppe cose vengono inventate sul momento, create a tavolino solo per mettere in piedi uno spettacolo o per catturare un briciolo di attenzione passeggera. Come dicevano i vecchi nostri, <b><i>"’O troppo stroppia"</i></b>, e a forza di voler strafare si rischia di perdere la misura di ogni cosa. Questa sgrammaticatura del rito spiazza chi ci ha speso la vita. Spesso mi fermo e mi domando: era meglio prima, nel silenzio dell'isolamento, o adesso, nel frastuono della piazza piena? </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>UGO:</b> Se vogliamo costruire e non solo rimpiangere, &nbsp;dobbiamo considerare che "adesso" ha una forza straordinaria. Le feste hanno abbattuto i vecchi confini del pregiudizio e c'è una nuova generazione che ha una sete pulita, una voglia immensa di accedere ai testi, di fare propri i versi e i nodi del canto. Questa non è moda, è fame di appartenenza. Certo, se guardo a "prima", affiora la nostalgia di quando ci si chiudeva in cerchio solo per il bisogno viscerale di stare insieme, e non importava chi cantasse: l'unica cosa sacra era la partecipazione. Eravamo in pochi, derisi da una modernità che ci considerava superati; eppure, quel piccolo cerchio viveva di una devozione totale. Allora sì che valeva il detto <b><i>"Dicette ’o pappece vicino a ’a noce: damme tiempo ca te spertose"</i></b>: ci è voluto tempo, abbiamo resistito con pazienza quando nessuno ci dava ascolto, e alla fine la tradizione ha scavato la roccia ed è arrivata fino a oggi. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>BIAGINO:</b> Hai centrato il punto, il fulcro è lo spirito. L'equivoco di fondo di oggi è pensare che, poiché la tradizione appartiene a tutti, chiunque possa disporne a proprio piacimento, senza l'umiltà dell'ascolto e lo studio. Ma la verità è che <b><i>"Nisciuno nasce ’mparato</i></b>"; ci vuole rispetto per chi è venuto prima di noi. Un tempo la comunità era retta da un "galateo" non scritto ma rigoroso. Nessuno aveva bisogno di regole stampate: chi varcava la soglia dello spazio sacro sapeva istintivamente come comportarsi. Era un ordine ancestrale fatto di sguardi, precedenze silenziose e passi misurati. Oggi questo limite si è perso, e il passato viene spesso ripulito dalle sue fatiche, estetizzato e trasformato in un prodotto appetibile. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>UGO:</b> Ma la nostra sfida, la responsabilità di chi custodisce la memoria, sta proprio nel non chiudere quella porta. Il problema non è il numero di persone in piazza: che i tamburi vibrino è una benedizione. Però non dobbiamo permettere che tutto diventi una messinscena, perché <b><i>"’A gallina fa l'uovo e a ’o gallo nc'abbrucia ’o culo"</i></b>: non può essere che i vecchi abbiano fatto i sacrifici per conservare il rito e oggi arrivi l'ultimo venuto a prendersi il merito senza capire niente di quello che sta facendo. Se la tradizione si riduce a pura estetica, recidiamo il legame con chi ha protetto il rito nei momenti bui. Se togliamo il rispetto per i maestri, crolla l'intera architettura. Resta solo una bella coreografia, un grande baccano dove tutti gridano e nessuno sa più ascoltare. E una tradizione senza ascolto muore, anche se la piazza continua a ballare. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>BIAGINO:</b> Proprio per questo, Ugo, vedere i giovani che si avvicinano con rispetto e che vogliono davvero imparare è la nostra vittoria più grande. In fondo,<b><i> "’O purpo se coce int'all'acqua soja"</i></b>: ognuno deve fare le proprie esperienze e maturare con i propri tempi nel cerchio della vita. I giovani crescono, assorbono il testimone, e chi ha più cammino alle spalle deve saper fare un passo di lato per dare loro spazio. Non significa abbandonare il cerchio, ma proteggerli con la nostra memoria, lasciando che i loro passi, nuovi e vigorosi, continuino a calpestare e ad onorare la stessa terra antica. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><img class="image-1" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-06-07-at-18.26.28.webp"  width="796" height="597" /><span class="fs12lh1-5 ff1"></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5 ff1">(Foto di francesco Gaito)</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A questo punto, il cerchio del dibattito si chiude e i tamburi si fermano per un momento. Sulla scorta di questo intenso confronto tra due generazioni della stessa terra, voglio raccogliere il senso profondo di tutto ciò che ci siamo detti in un ultimo, definitivo pensiero:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Chi si accosta a queste pagine deve comprendere che la critica qui espressa non nasce da un disamore verso la tradizione, né da una sterile chiusura nostalgica. Al contrario, la tradizione rappresenta la nostra radice più profonda, un patrimonio identitario che portiamo impresso nella carne. Ciò che si contesta è unicamente la sua deriva superficiale, quel processo di mercificazione che svuota il rito della sua sacralità e lo riduce a mero intrattenimento estetico o a contenuto per palcoscenici virtuali. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La vera tradizione possiede intrinsecamente una vocazione altissima: essa nasce per unire e mai per separare. È un terreno comune d'incontro, un ponte intergenerazionale capace di legare il passato al futuro, abbattendo le barriere dell'individualismo per riscoprirsi parte di una comunità. I maestri e i portatori storici che abbiamo avuto il privilegio di conoscere non cercavano la celebrazione del singolo, ma la verità e la coesione del cerchio. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Custodire questo immenso patrimonio culturale non significa isolarlo o renderlo esclusivo, ma pretendere che la sua trasmissione avvenga attraverso i canali imprescindibili dell'ascolto, dello studio e del rispetto reciproco. Finché sapremo accostarci al rito con l'umiltà di chi sa mettersi in ascolto prima ancora di agire, la memoria storica del nostro territorio rimarrà una risorsa viva e inesauribile. Custodire l'anima del ballo significa, in ultima analisi, garantire che la festa continui a essere uno spazio di autentica inclusione e di universale fratellanza. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 21:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Battito dell'Eternità: Tra Fede, Tammorra e il Cuore delle Nuove Generazioni]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category="><![CDATA[]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="ff1"><span class="fs12lh1-5">C’è un fermento che non si può spiegare solo con le parole, un’energia sottile che vibra nell’aria ben prima che il primo colpo &nbsp;&nbsp;scuota la pelle tesa di un tamburo: è il richiamo ancestrale delle </span><b><span class="fs12lh1-5">Sette Sorelle</span></b><span class="fs12lh1-5">, un pellegrinaggio dell’anima che attraversa i secoli per venire a bussare alle porte del nostro presente.</span></span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="ff1"><span class="fs12lh1-5">Oggi, fortunatamente, vediamo le nuove generazioni partecipare con una passione travolgente a questi riti, dimostrando che la tradizione non è un reperto da museo, ma un fuoco vivo che divampa nei cuori più giovani. Questo cammino di fede e appartenenza si snoda in un rosario di devozione che parte dal grido dei fujenti alla </span><b><span class="fs12lh1-5">Madonna dell’Arco</span></b><span class="fs12lh1-5">, passa per il volo delle colombe della </span><b><span class="fs12lh1-5">Madonna delle Galline</span></b><span class="fs12lh1-5"> a Pagani, si rinfresca alle acque della </span><b><span class="fs12lh1-5">Madonna dei Bagni</span></b><span class="fs12lh1-5"> a Scafati, per poi salire verso i cieli di Maiori con l’</span><b><span class="fs12lh1-5">Avvocata</span></b><span class="fs12lh1-5">, toccare la forza vesuviana della </span><b><span class="fs12lh1-5">Madonna di Castello</span></b><span class="fs12lh1-5"> a Somma, inginocchiarsi davanti alla Mamma Bruna di </span><b><span class="fs12lh1-5">Materdomini</span></b><span class="fs12lh1-5"> e infine trovare pace ai piedi della Mamma Schiavona a </span><b><span class="fs12lh1-5">Montevergine</span></b><span class="fs12lh1-5">.</span></span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È un’evoluzione necessaria quella a cui assistiamo: fino a non molto tempo fa, la Tammurriata era vista come una sottocultura, un’eredità quasi vergognosa per chi veniva etichettato con disprezzo come "cafone" o "ubriacone". Ma la storia ha avuto il suo riscatto e oggi la tecnologia è diventata il ponte inaspettato tra il passato e il futuro.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Vediamo tantissimi ragazzi passare ore intere davanti agli schermi, usando YouTube come un archivio sacro, riascoltando all'infinito i video dei cantori che hanno fatto la storia di queste tammurriate per carpirne ogni segreto, ogni inflessione della voce. Creano chat, scambiano testi recuperati, analizzano vecchie registrazioni: l'evoluzione tecnologica ha fatto da tramite, permettendo a una nuova generazione di ereditare un patrimonio che rischiava di sparire.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli che se la tecnologia può tramandare un testo o un ritmo, non potrà mai educare al rispetto o al valore profondo di un rituale. Quello si apprende solo vivendo la strada, il sudore e l'abbraccio. Le macchine non insegnano la devozione, né la sensibilità di capire quando è il momento di tacere per lasciar parlare chi ha più anni di noi. È proprio qui che dobbiamo intervenire: dobbiamo affiancare i giovani per trasmettere loro ciò che nessun algoritmo potrà mai recuperare: il valore del rispetto profondo, la magia della socializzazione fisica e la purezza della fede.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="ff1"><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo insegnare loro che la fede cammina di pari passo con la tradizione, che ogni voto è intrecciato a un canto e che ogni ballo non è altro che una preghiera danzata. Come diceva il grande Giovanni Del Sorbo, il nostro caro </span><b><span class="fs12lh1-5">Zio Giannino</span></b><span class="fs12lh1-5">:</span></span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">"Non è quante ne sai... è come le canti che fa la differenza."</span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><img class="image-2" src="https://www.ugomaiorano.it/images/Ugo-zi-giannino-ed-il-piccolo-francesco.webp" alt="Ugo Maiorano" title="Ugo Maiorano" width="658" height="494" /><b><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></b></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Perché non è la memoria digitale a salvarci, ma il sentimento umano che mettiamo in ogni singola nota. In un momento storico così buio, segnato da guerre laceranti, virus e solitudine, questa sana socializzazione diventa l'unica vera arma per costruire un mondo migliore. Stare insieme intorno a un cerchio di tammorra è un atto di resistenza umana, ma dobbiamo ricordare che alla festa si va prima per devozione e poi per festeggiare. Senza quel centro spirituale, il rito diventa solo un guscio vuoto.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="ff1"><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo educarli a sapere chi eravamo per capire chi siamo, riflettendo sull'insegnamento di un altro gigante della tradizione paganese, </span><b><span class="fs12lh1-5">Gioacchino Moscariello</span></b><span class="fs12lh1-5">:</span></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="ff1"><span class="fs12lh1-5"><br></span></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs11lh1-5 ff1 cb1"><span class="fs12lh1-5">"</span></b><b class="fs11lh1-5 ff1 cb1"><span class="fs12lh1-5">Verimmencenn' bene, ca ogge nce stamm' e dimane nient</span></b><b class="fs11lh1-5 ff1 cb1"><span class="fs12lh1-5">!"</span></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><b class="fs11lh1-5 ff1 cb1"><span class="fs12lh1-5"><br></span></b></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><img class="image-1" src="https://www.ugomaiorano.it/images/Ugo-e-Gioacchino-Moscariello-durante-al-registrazione-della-tammurriata-della-mMadonna-delle-galline.webp" alt="Ugo Maiorano" title="Ugo Maiorano" width="781" height="586" /></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">È in questa frase che risiede il senso del nostro cammino: volersi bene nel massimo rispetto di tutti, onorando quella fiammella che arde tra lo schermo di uno smartphone e la pelle di un tamburo, affinché il canto delle nostre Madonne rimanga per sempre un soffio di vita e di speranza per l'umanità intera.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><i><span class="fs12lh1-5 ff1">Che ogni colpo di tammorra sia un battito di pace e ogni canto una carezza per chi ci ha preceduto; perché la tradizione non è cenere da custodire, ma un fuoco da alimentare insieme, con le mani dei vecchi e il cuore dei giovani.</span></i></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b><span class="fs12lh1-5 ff1">"Il ritmo ci unisce, la devozione ci guida: camminiamo nel presente con l'anima nel passato."</span></b></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 12:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Salerno Danza al Ritmo della Tradizione: Successo per la Trilogia sulla Tammurriata]]></title>
			<author><![CDATA[Guest Blogger Massimo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=dicono"><![CDATA[dicono]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000017"><div>Il 5 febbraio 2026 resterà una data da ricordare per la comunità culturale di Salerno. In un’atmosfera carica di emozione e partecipazione, si è tenuta la presentazione–spettacolo dedicata alla Trilogia sui Canti e le Tradizioni della Tammurriata Campana, un’opera che scava nel cuore pulsante delle nostre radici.<img class="image-0 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-02-08-at-22.53.08--2-.webp" alt="Salerno" title="Presentazione" width="257" height="343" /></div><div>​L'evento, curato dal Prof. Franco Salerno, da Ugo Maiorano e Tanya Maiorano, non è stato solo un momento di divulgazione, ma un vero e proprio viaggio sensoriale tra sacro e profano, storia e leggenda.</div><div>​Un Viaggio tra Memoria e Ritmo</div><div><br></div><div>​La serata ha dimostrato come la Tammurriata non sia un semplice retaggio del passato, ma un patrimonio vivo. Attraverso il connubio tra l'analisi storica e l'esecuzione pratica — fatta di passi di danza ipnotici e il suono ancestrale del tamburo — i relatori hanno saputo tessere una trama che ha incantato il pubblico.</div><div><br></div><div>​Tra passi di danza e note antiche, si sono intrecciati riferimenti sacri, pagani e storici di straordinario valore, ricordandoci quanto la nostra identità sia un tesoro da custodire gelosamente e tramandare con orgoglio.</div><div><br></div><div>​Il Cuore dell'Accoglienza: Grazie a "Ballando per le Strade"</div><div>​Un successo di tale portata non sarebbe stato possibile senza il supporto di chi vive la danza popolare ogni giorno con dedizione. Un ringraziamento speciale va all’Associazione "Ballando per le Strade" di Salerno e alla sua Presidente, Simona Totaro.</div><div><br></div><div><img class="image-1 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-02-08-at-22.53.08--1-.webp" alt="salerno" title="presentazione spettacolo" width="245" height="326" /></div><div>​Grazie alla sensibilità e all'impegno costante dell'associazione nella promozione del territorio, la serata ha trovato la cornice ideale, trasformandosi in un momento di autentica condivisione e bellezza. La loro passione è il motore che permette a queste tradizioni di restare vive nelle piazze, nelle scuole e nel cuore della gente.</div><div><br></div><div>​Gli Autori e i Protagonisti</div><div><br></div><div><b class="fs11lh1-5">​Ugo Maiorano</b></div><div>​Musicista, ricercatore e instancabile custode della tradizione popolare dell'Agro Nocerino-Sarnese. Ugo Maiorano è una figura di riferimento per la musica etnica campana; con il suo lavoro, ha portato i suoni della "terra del fuoco" su palcoscenici nazionali e internazionali, mantenendo sempre un legame viscerale con le tecniche esecutive tradizionali del tamburo a cornice.</div><div><br></div><div><span class="fs11lh1-5"><b>​Prof. Franco Salerno</b></span></div><div>​Illustre studioso, antropologo e critico letterario. Il Prof. Salerno ha dedicato anni all'analisi dei miti e dei riti della Campania, con un focus particolare sul simbolismo legato alla danza e ai canti popolari. La sua capacità di leggere il contemporaneo attraverso le lenti della storia rende ogni sua opera un pilastro per la comprensione del folklore campano.</div><div><br></div><div>​<span class="fs11lh1-5"><b>Tanya Maiorano</b></span></div><div>​Interprete e danzatrice, Tanya rappresenta la continuità dinamica della tradizione. La sua ricerca si concentra sulla gestualità e sul linguaggio del corpo nella danza popolare, portando in scena una sintesi perfetta tra rigore filologico ed espressività artistica.</div><div><img class="image-2" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2026-02-08-at-22.53.08--4-.webp" alt="Salerno" title="Presentazione" width="770" height="356" /><br></div><div>​Grazie di cuore a tutti i partecipanti e a Simona Totaro per aver condiviso questo momento di cultura, identità e bellezza.</div><div><br></div><div>(Foto Ass. Ballando Per Le Strade)</div><div><br></div><div>​#TammurriataCampana #TradizioniPopolari #Cultura #Salerno #UgoMaiorano #BallandoPerLeStrade #SimonaTotaro</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 08 Feb 2026 21:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Tammurriata: il battito antico che ci unisce]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div><span class="fs12lh1-5"><b>La Tammurriata: il battito antico che ci unisce</b></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’è chi sostiene che la tammurriata non esista più. Che la globalizzazione, con il suo passo rapido e uniforme, abbia cancellato lo spirito originario della festa, trasformandola in spettacolo da palcoscenico o in semplice intrattenimento. Secondo questa visione disincantata, ciò che un tempo era rito popolare e anima collettiva, oggi sarebbe soltanto un’eco lontana.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Eppure io credo che non sia così.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La tammurriata non è morta: respira ancora nel cuore delle nostre comunità, vibra nelle mani di chi percuote la pelle della tammorra, vive negli occhi curiosi dei tanti giovani che si avvicinano a questa tradizione. Forse non sempre conoscono fino in fondo il suo significato, ma sentono che lì c’è qualcosa di grande, di vero, di autentico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È vero: oggi molti di coloro che frequentano il mondo della tammurriata non sono credenti. Eppure, quando partecipano alle meravigliose feste mariane, lo fanno con lo stesso fervore e con lo stesso senso di appartenenza, come se quella fede fosse anche la loro. È questa la magia della tammurriata: accogliere tutti, abbattere barriere, trasformare il rito in un linguaggio universale capace di unire al di là di ogni credo.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ed è qui che nasce la nostra responsabilità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-09-30-at-21.50.46.webp"  width="486" height="311" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non possiamo permettere che la tammurriata diventi terreno di rivalità o sterile confronto. La sua natura è diversa, opposta: la tammurriata è inclusione, è abbraccio, è la voce di un popolo che danza insieme. Ogni colpo di tamburo è un richiamo all’unità, ogni passo di danza è una preghiera di libertà, ogni canto è memoria che si fa presente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La tammurriata non appartiene a nessuno, e proprio per questo appartiene a tutti. È la lingua segreta della nostra terra, che non si scrive sui libri ma si imprime nei corpi che ballano, nei sorrisi che si incrociano, nei cerchi che si aprono e si chiudono sotto il cielo delle feste popolari.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Se è vero che le tradizioni mutano, allora la nostra missione è guidare questo cambiamento senza tradire le radici. Incanalare l’entusiasmo delle nuove generazioni, insegnare loro che dietro quel ritmo antico ci sono storie di fede, di lotta e di speranza. Far capire che la tammurriata non è solo musica: è identità, resistenza e, soprattutto, condivisione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La tammurriata, dunque, non è un ricordo da museo. È un battito che unisce passato e futuro, un ponte che attraversa le generazioni, una forza che ci ricorda chi siamo e cosa possiamo essere.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Finché ci sarà qualcuno disposto a danzare, a cantare, a battere le mani intorno a una tammorra, essa vivrà.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E continuerà a essere ciò che è sempre stata: la festa del popolo, la musica che non divide ma abbraccia, la voce senza tempo della nostra terra.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 30 Sep 2025 19:42:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’arte non è una gara, è un dono che accarezza l’anima]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000014"><div><b class="fs14lh1-5">L’arte non è una gara, è un dono che accarezza l’anima</b></div><div><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Cari amici,</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">oggi sento il bisogno di condividere con voi una riflessione che mi nasce dal cuore, una riflessione che mi accompagna da tempo e che, ogni volta che salgo su un palco, si fa più viva e urgente.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Troppo spesso vedo l’arte trasformarsi in una competizione sterile, fatta di frasi che suonano come pugnalate:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“Io sono meglio di loro. Gli altri non valgono nulla.”</span><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-08-20-at-09.58.39--1-.webp"  width="482" height="321" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma questa non è arte.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questa è vanità.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È l’ombra che copre la vera luce di ciò che significa essere artisti. </span><span class="fs12lh1-5">Un tempo non era così. Il palco era un luogo sacro, quasi un tempio. </span><span class="fs12lh1-5">Si saliva con rispetto, con gratitudine, con il cuore aperto e le mani vuote, pronte a donare. </span><span class="fs12lh1-5">Essere artista non significa competere, ma condividere. </span><span class="fs12lh1-5">Vuol dire spogliarsi dell’ego, mettere a nudo la propria anima e trasformare ogni nota, ogni parola, ogni silenzio, in emozioni autentiche.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è una corsa a chi arriva primo. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è una gara a chi urla più forte. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È un viaggio. </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È una missione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non basta imitare. Non basta copiare. </span><span class="fs12lh1-5">La vera arte non vive nei gesti vuoti o nelle parole ripetute. </span><span class="fs12lh1-5">La vera arte è un brivido che attraversa, è una scintilla che accende i cuori di chi ascolta. </span><span class="fs12lh1-5">È il rispetto per le proprie radici, ma anche il coraggio di reinventarle, di farle vivere ancora, senza mai tradirne l’essenza. </span><span class="fs12lh1-5">Solo così si crea qualcosa che rimane. </span><span class="fs12lh1-5">Solo così si lascia un segno vero, che non svanisce.</span><img class="image-2 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-08-20-at-09.58.39.webp"  width="253" height="322" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Dobbiamo ricordare una cosa importante: tradizione e spettacolo non sono la stessa cosa. </span><span class="fs12lh1-5">La tradizione è la voce dei nostri padri, la memoria viva che scorre nel sangue. </span><span class="fs12lh1-5">Lo spettacolo è il modo in cui oggi decidiamo di raccontarla, di renderla presente. </span><span class="fs12lh1-5">Se le confondiamo, impoveriamo entrambe. </span><span class="fs12lh1-5">E non c’è niente di più triste di una tradizione svuotata del suo significato, piegata solo a fare scena.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E permettetemi di aggiungere un pensiero che porto con me: </span><b class="fs12lh1-5">non c’è tradizione senza fede e non c’è fede senza tradizione.</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Due realtà che camminano insieme, che si sostengono a vicenda, e che rendono ogni gesto artistico qualcosa di sacro e autentico.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><br></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Per questo vi invito a riflettere. </span><span class="fs12lh1-5">Smettiamo di trasformare l’arte in un’arena. </span><span class="fs12lh1-5">Non abbiamo bisogno di muri che ci dividono, ma di ponti che ci uniscono. </span><span class="fs12lh1-5">Non serve competere, serve condividere. </span><span class="fs12lh1-5">La vera vittoria non è dire “sono il migliore”, </span><span class="fs12lh1-5">ma far vibrare il cuore del pubblico, farlo respirare con noi, farlo uscire diverso, più ricco di emozioni e di bellezza.</span><img class="image-4 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-08-20-at-09.58.38.webp"  width="224" height="284" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’arte vera non è rumore, è silenzio che parla. </span><span class="fs12lh1-5">È un abbraccio universale che non conosce confini, </span><span class="fs12lh1-5">una carezza che rimane viva anche quando il sipario si chiude e le luci si spengono. </span><span class="fs12lh1-5">Chi lascia davvero un’impronta non è chi fa più chiasso, </span><span class="fs12lh1-5">ma chi sa trasformare ogni nota, ogni parola, ogni gesto </span><span class="fs12lh1-5">in un dono che arriva dritto all’anima.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E come dice l’amico Nando Citarella:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">“A’ vita è bella perché sabbal.”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, l’arte è proprio questo: un dono che trabocca, che non si risparmia, che vive nella gioia di condividere</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 20 Aug 2025 07:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Gran Bal Trad 2025]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs14lh1-5">Gran Bal Trad: il battito della Tammorra sotto le stelle</b></div><div><br></div><div>Ci sono luoghi e momenti che non si possono raccontare con le sole parole. Bisogna viverli, sentirli sulla pelle, assorbirli nel cuore. Il Gran Bal Trad è uno di questi. Non è solo un festival, ma un miracolo collettivo, una festa dell’anima, un abbraccio che unisce popoli, storie, musiche e sogni.</div><div>E anche quest’anno ho avuto il privilegio di esserci.<img class="image-1 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-07-13-at-10.33.58--1-.webp"  width="495" height="372" /></div><div><br></div><div>Essere lì, tra le colline di Vialfrè, e portare con me il suono antico della nostra terra, le tradizioni dell’Agro Sarnese-Nocerino, la forza della tammorra e delle voci del Sud, è stato come far entrare la nostra storia in un respiro più grande, mondiale. Un onore profondo, che sento addosso come un mantello leggero ma pieno di memoria e orgoglio.</div><div><br></div><div>Al Gran Bal Trad ogni gesto ha un significato. Un passo di danza è un ricordo che rivive, una nota musicale è un ponte tra generazioni, un tamburo che batte è il cuore di un popolo che non vuole dimenticare. Tra grandi maestri delle tradizioni popolari internazionali e compagni di viaggio che condividono la stessa passione, ogni incontro diventa un dono, ogni sguardo complice un pezzo di casa. </div><div>È qui che si capisce davvero cosa significa appartenere a qualcosa di autentico e universale allo stesso tempo.</div><div><br></div><div><img class="image-2 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-07-10-at-09.17.41.webp"  width="439" height="329" />Ma il Gran Bal Trad è anche, e forse soprattutto, la meraviglia della semplicità: dormire in tenda sotto un cielo che pare dipinto a mano, alzarsi con il profumo dell’erba e il suono lontano di una fisarmonica, ballare senza tempo tra la polvere dei sentieri e le luci soffuse della sera.</div><div>E poi le notti che non finiscono mai…</div><div>Lì, tra un goffri ancora caldo, un bicchiere di vino rosso che sa di casa, e una tammorra che continua a vibrare anche quando i piedi sono stanchi, nascono le amicizie più sincere, le risate più vere, le chiacchiere che curano l’anima.</div><div><br></div><div>In quel cerchio di musica e umanità, ci si sente liberi.</div><div>Liberi dalla cattiveria del mondo, dalle corse quotidiane, dai giudizi.</div><div>Liberi di essere se stessi, con le proprie emozioni, le proprie radici, la propria voce.</div><div><br></div><div>E a rendere tutto ancora più straordinario sono gli organizzatori, persone di rara sensibilità e dedizione, che con passione instancabile mettono insieme questo piccolo miracolo. Grazie a loro, migliaia di anime si ritrovano ogni anno a condividere sogni, sudore, emozioni.</div><div><br></div><div>Grazie Gran Bal Trad, per avermi fatto vivere ancora una volta questa magia.</div><div>Torno a casa stanco ma felice, con la pelle che sa di sole e di terra, con il cuore che batte ancora al ritmo della tammorra, e con una sola, semplice verità nel cuore:</div><div>le tradizioni popolari non sono passato, sono respiro, sono vita.</div><div>E finché ci saranno mani che suonano, piedi che danzano e cuori che ascoltano… non moriranno mai.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 13 Jul 2025 08:49:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L’amicizia, la Tammorra e quei legami che il tempo non cancella]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5">L’amicizia, la Tammorra e quei legami che il tempo non cancella</b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ci sono persone che incontri lungo il cammino della vita e che, anche se non vedi ogni giorno, rimangono nel cuore. Non importa quanto tempo passa o quante strade diverse si percorrono: quando ci si ritrova, è come se nulla fosse cambiato.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nel mondo della musica popolare – e in particolare della tammurriata – ho trovato una famiglia, un ritmo che unisce le anime. Ma con il tempo ho capito che l’amicizia vera non ha bisogno di strumenti o palchi:</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">è fatta di gesti sinceri, parole vere, rispetto e presenza autentica.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E capita che ci si ritrovi, dopo anni, anche con chi ha preso altre vie, e ogni volta è una gioia immensa. Si ride, ci si racconta, si scambiano storie ed esperienze vissute nel tempo in cui non ci si è visti. E in questi incontri capisci che l’amicizia non si misura con la frequenza, ma con l’intensità del cuore.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma la verità è che oggi non è sempre facile distinguere i legami veri da quelli interessati. Sempre più spesso, ci si avvicina solo se hanno un ritorno, sfruttando le esperienze, il sapere, la disponibilità di chi ha camminato a testa alta, con passione e coerenza.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Falsi amici che non condividono i valori, ma solo l’opportunismo. E quando ti accorgi di questo – perché la vita e il cuore insegnano a vedere oltre le apparenze – ti viene voglia di allontanarti. Ma poi ti fermi. Perché i tuoi insegnamenti, quelli ricevuti dagli anziani, dalla famiglia, dalla strada vissuta con verità, non ti permettono di mettere da parte nessuno.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché tu sei fatto così: di bontà, di schiettezza, di umiltà. E sai bene che sono questi i tratti dell’anima dei forti.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I nostri avi ci hanno lasciato in eredità valori semplici ma profondi: Accogliere sempre, senza secondi fini.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Condividere con chi ha bisogno, anche se non lo merita sempre. Rispettare ogni persona, senza distinzione.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Restare se stessi, anche quando il mondo cerca di cambiarti. E così, anche quando arriva il momento dei saluti, non è mai un addio, ma un appuntamento alla prossima puntata, con la speranza che sia presto. Perché sono proprio questi valori, come l’amicizia, che riempiono il cuore di gioia e danno senso alla vita. Che sia con una tammorra in mano, con un bicchiere di vino, o semplicemente guardandosi negli occhi, ciò che conta è sapere che ci si è, davvero. Senza interessi, senza maschere. Solo per il piacere di stare insieme.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">E ogni volta che questo accade, so che non sto solo vivendo un momento.</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify">Sto vivendo un valore. Sto vivendo me stesso. Sto Vivendo l'Amicizia!</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 10 Jul 2025 05:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Quando bastava una tammorra, un graffio sul ginocchio e un bicchiere di vino per sentirsi vivi]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=storie"><![CDATA[storie]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div><b><span class="fs14lh1-5 ff1">Tradizione popolare e solitudine moderna: quando bastava una tammorra, un graffio sul ginocchio e un bicchiere di vino per sentirsi vivi</span></b></div><div><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>C’era un tempo</b> in cui le giornate finivano con <b>l’odore della legna bruciata</b> e le sere si aprivano come <b>piccoli teatri di comunità</b>. Non c’erano schermi da guardare, notifiche da controllare o mondi virtuali da rincorrere. C’era solo la realtà — quella vera, fatta di <b>visi conosciuti</b>, <b>mani callose</b>, <b>risate genuine</b> e <b>storie raccontate mille volte</b>, sempre con qualche particolare in più.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In un tempo che sembra lontanissimo — ma che vive ancora nei ricordi e nei vicoli dell’<b>Agro Nocerino-Sarnese</b> — le serate non avevano bisogno di connessioni veloci. Bastava una <b>tammorra</b>, una voce che si alzava a <b>canto a distesa</b>, <b>un bicchiere di vino torbido ma sincero</b>, e la voglia di stare insieme.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">I <b>nonni</b>, seduti su una panca o su uno sgabello traballante, erano <b>i custodi della memoria</b>. Raccontavano storie che mescolavano verità, fantasia e un pizzico di vanteria:</span><img class="image-1 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-24-at-06.33.48.webp"  width="423" height="423" /></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">“Tuo bisnonno, con una sola mano, fermò un toro impazzito…”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> “Una volta, nel '38, io e mio cugino camminammo tre giorni con solo un tozzo di pane…”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> “Durante un bombardamento, tua bisnonna si nascose con cinque bambini sotto una scala. Il tetto crollò, ma a loro non successe niente. Lei diceva che fu la Madonna a coprirli col suo mantello.!”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">“Tuo zio una volta, con la sola forza delle braccia, bloccò un carro di grano che stava scivolando in una scarpata. Nessuno ci crede, ma io c’ero!”</span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">“Nel ’43, io e mio fratello nascondemmo due soldati americani nel pagliaio. Parlavano una lingua strana, ma avevano gli occhi buoni. Ci diedero una tavoletta di cioccolata: era la prima volta che ne vedevamo una!”</span><span style="text-align: start;" class="fs11lh1-5"> </span></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Noi li ascoltavamo <b>a bocca aperta</b>, occhi sgranati. Non importava quanto fosse vera la storia. Era <b>magia popolare</b>, un cinema fatto di parole, più potente di qualsiasi serie TV.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel frattempo, i ragazzi <b>riempivano le strade di energia</b>. Bastavano <b>due pietre</b> per fare la porta di una partita a pallone. Si correva nei vicoli, si giocava a <b>nascondino</b>, a <b>guardie e ladri</b>, a <b>campana</b>. Si costruivano <b>archi, fionde</b>, carrette fatte con vecchi cuscinetti a sfera. Si litigava e si faceva pace nello stesso pomeriggio.</span><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-24-at-06.56.37.webp"  width="312" height="467" /><span class="fs12lh1-5 ff1"><br> Si tornava a casa <b>con le ginocchia sbucciate, le mani nere di terra, le magliette strappate e un sorriso largo fino alle orecchie</b>. I genitori brontolavano, ma dentro ridevano: quei graffi erano il segno che <b>la vita scorreva nelle vene</b>.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E quando calava il buio, cominciava il vero <b>spettacolo popolare</b>. Bastava che qualcuno tirasse fuori <b>una fisarmonica</b>, un <b>organetto</b>, un <b>tamburello</b> o una <b>tammorra</b>, e la festa prendeva vita. Si battevano le mani, si cantava, si ballava <b>la tammurriata</b>, quella vera, che nasce dal cuore e segue il ritmo delle radici.<br> <b>Si ballava a coppia, a cerchio</b>, per fede o per gioia. Le donne preparavano da mangiare: <b>pane abbrustolito, olive, pomodori, e vino fatto in casa</b>. Il vino non era una fuga, ma un <b>simbolo di unione</b>, un brindisi alla vita.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">In quei momenti, anche chi era triste trovava <b>rifugio</b>. Bastava una canzone, uno sguardo, una battuta detta in dialetto, e il peso della giornata si faceva più leggero. La <b>comunità era la cura</b>. C’era sempre <b>una mano tesa</b>, <b>una sedia in più</b>, <b>una risata pronta</b>.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tra i momenti più belli dell’anno, c’era la <b>raccolta dei pomodori</b>. Altro che lavoro: era <b>una festa in famiglia</b>. Ci si svegliava all’alba, si andava nei campi con i cesti vuoti e l’allegria piena.<br> Qualcuno lanciava un pomodoro in testa al cugino per ridere, e il papà urlava:</span></div><img class="image-2" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-24-at-07.01.51.webp"  width="770" height="404" /> <div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">“Oh! Ma che facite? Chest so’ pummarol a mangià, no pe fa' a guerra!”</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Verso le <b>9 o 10 del mattino</b>, arrivava il primo premio: <b>pane cafone, olio buono, pomodori appena raccolti e un bicchiere di vino</b>. Tutti seduti per terra, si rideva e si riprendeva fiato. A mezzogiorno, il pranzo vero: <b>pasta con il sugo</b>, <b>peperoni imbottiti</b>, <b>melanzane fritte</b>, <b>olive e pane</b>.<br> Poi, la <b>pennichella pomeridiana</b> sotto un albero, nel silenzio caldo del pomeriggio. <b>Stanchi</b>, sì, ma felici. Perché c’era <b>senso, calore, umanità</b>.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Oggi invece viviamo <b>inondati da connessioni artificiali</b>, eppure <b>profondamente disconnessi dentro</b>. I ragazzi faticano a parlarsi dal vivo, gli adulti si rifugiano nel silenzio di case piene di tecnologia ma vuote di <b>calore umano</b>. La <b>depressione cresce silenziosa</b>, invisibile ma potente. Siamo circondati da stimoli, ma <b>sempre più poveri di relazioni autentiche</b>.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Eppure, <b>la tradizione non è morta</b>. Vive ancora nei tamburi che battono a Pagani, nei canti che si alzano a Sarno, nei vecchi che raccontano, nei giovani che — ogni tanto — ascoltano. Vive nei campi, nelle feste, nelle tammorre che tremano tra le mani.</span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b class="fs12lh1-5 ff1">Non è nostalgia. È eredità. È radice. È medicina.</b></div> &nbsp;<div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5 ff1">La <b>tradizione popolare</b> ci insegna che per stare bene non serve molto: una storia da raccontare, un amico con cui ridere, una musica da seguire, <b>un bicchiere da alzare insieme</b>.</span><img class="image-3" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-24-at-07.06.16.webp"  width="750" height="750" /></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Forse la felicità non sta nei like, nei follower o negli schermi ad alta definizione.<br> <b>Forse la felicità è in un graffio sul ginocchio, in una risata sotto le stelle, in un bicchiere di vino sorseggiato al ritmo di una vecchia canzone.</b></span></div> &nbsp;<div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 24 Jun 2025 04:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Dalla Terra alla Tavola, dal Tamburo al Cuore]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><b class="fs11lh1-5"><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Dalla Terra alla Tavola, dal Tamburo al Cuore – Lorenzo Montoro e Ugo Maiorano, un’Amicizia tra Cucina Stellata e Tradizione Popolare.</span></i></b></div><div data-text-align="justify" class="imTAJustify"><span style="font-weight: 700;" class="fs11lh1-5"><br></span><b class="fs11lh1-5"></b><div> </div><div>T<span class="fs12lh1-5">ra i profumi intensi della cucina mediterranea e i battiti ancestrali della tammorra, c’è un legame profondo che unisce due uomini, due visioni, ma un’unica radice: la terra di Sarno. Lorenzo Montoro, chef stellato, e Ugo Maiorano, ricercatore e musicista delle tradizioni popolari, condividono un’amicizia autentica, nata all’interno delle rispettive famiglie e coltivata tra i racconti degli anziani, le ricette antiche e le notti trascorse a parlare di vita, cultura e identità. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs12lh1-5"><i>Due percorsi, una sola visione.</i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Lorenzo Montoro è oggi Executive Chef del celebre ristorante Il Flauto di Pan di Villa Cimbrone a Ravello,</span><img class="image-0" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-07-at-14.55.30.webp"  width="770" height="513" /><span class="fs12lh1-5"> una perla della Costiera Amalfitana. La sua cucina è una raffinata sinfonia di tecnica, emozione e memoria. A guidarlo è un legame profondo con la sua terra d’origine: Sarno, dove si trova la Masseria di famiglia, “dove il fratello Dario gestisce l’azienda agricola “Montoro Erbe”, cuore pulsante della sua filosofia “dalla terra alla tavola”. Qui si coltivano erbe aromatiche, ortaggi, frutti antichi e saperi che vengono trasformati in piatti contemporanei ma intrisi di tradizione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">Ugo Maiorano, anch’egli sarnese, è autore di saggi che hanno fatto scuola nel campo dell’etnomusicologia e della cultura popolare del Sud Italia.</span><img class="image-1" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-07-at-14.57.07.webp"  width="770" height="513" /><span class="fs12lh1-5"> Con i suoi libri Terra e Tammorra, Eros e Tammorra e Tammorra e Grande Storia, ha ridato voce a un patrimonio immateriale spesso dimenticato: i canti rituali, le preghiere cantate, le danze comunitarie, i simboli ancestrali. La sua opera è un ponte tra generazioni, un archivio vivo che respira ancora nelle feste popolari e nelle parole degli ultimi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs12lh1-5"><i>Il cerchio della memoria: Zi Peppe “il poeta contadino” </i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">Questa amicizia così profonda non nasce per caso. Affonda le radici nella storia familiare e affettiva, nei gesti semplici ma solenni della vita contadina. Un ruolo centrale lo ha avuto Zi Peppe Montoro, conosciuto e stimato come “il poeta contadino”, papà di Lorenzo e amico fraterno di Ugo Maiorano.</span><img class="image-2 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-07-at-14.57.32.webp"  width="509" height="678" /></div><div><span class="fs12lh1-5">Zi Peppe non era solo un agricoltore: era un uomo di straordinaria sensibilità, un contadino filosofo che tra le zolle e gli alberi da frutto trovava ispirazione per poesie, riflessioni e narrazioni. Conosceva le erbe e le stagioni, ma anche il valore delle parole e dei silenzi. Nei suoi racconti c’era il senso del sacro quotidiano, della fatica nobilitata dal rispetto per la terra e della bellezza celata nei gesti umili. </span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ugo e Zi Peppe erano legati da una profonda stima reciproca. Insieme a Lorenzo, trascorrevano giornate e nottate intere nella masseria di famiglia tra conversazioni dense e ricordi preziosi. Si parlava di cucina contadina, di antichi rituali, di poesia dialettale, di tamburi e sagre, di un mondo che cambiava ma che loro volevano salvare, almeno nel cuore. &nbsp;Quelle serate non erano semplici incontri: erano veri e propri rituali comunitari, piccole università della tradizione. Attorno al camino o sotto un pergolato, con un piatto caldo e un bicchiere di vino, si tramandavano saperi e si immaginava il futuro con gli occhi rivolti al passato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><b class="fs12lh1-5">Tradizione che evolve, amicizia che resta.</b></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi, anche se Zi Peppe non c’è più, il suo spirito continua a vivere nei piatti di Lorenzo e nelle parole di Ugo. Il suo esempio resta un faro per entrambi: per lo chef che trasforma la memoria in eccellenza, e per il ricercatore che restituisce voce ai silenzi della cultura popolare. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">«Zi Peppe era un uomo che sapeva fare poesia con le mani nella terra – racconta Ugo –. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">Parlare con lui era come aprire un libro antico, pieno di sapienza e verità.» </span></div><div data-text-align="start" style="text-align: start;"><span class="fs12lh1-5">«Mio padre – dice Lorenzo – mi ha insegnato che la cucina non è solo tecnica: è rispetto, amore, identità. Ogni piatto che preparo è un omaggio a lui.»</span><img class="image-3" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-06-07-at-15.00.18.webp"  width="770" height="433" /></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-text-align="center" class="imTACenter"><b class="fs12lh1-5"><i>Un sogno condiviso </i></b></div><div><span class="fs12lh1-5">L’amicizia tra Lorenzo Montoro e Ugo Maiorano non è solo un fatto personale: è una visione condivisa. Insieme immaginano un progetto che unisca la cucina di territorio con la musica popolare, l’arte contadina con la poesia orale. Un evento, una pubblicazione, una celebrazione della bellezza semplice e profonda delle radici. </span></div><div><span class="fs12lh1-5">In un tempo che dimentica, loro ricordano. E ci ricordano che le cose più vere hanno il passo lento del contadino, il suono caldo della tammorra e il profumo sincero di una minestra cucinata con amore. </span></div><div><br></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 Jun 2025 12:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[30 anni di Banda Brisca]]></title>
			<author><![CDATA[web master]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div class="imTACenter"><b><span class="fs18lh1-5 ff1">30 Anni di Banda Brisca: ad Alessandria una festa di musica, amicizia e tradizione popolare</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><b class="fs14lh1-5 ff1">Grande successo per la festa del 16 marzo in occasione dei 30 anni della Banda Brisca: ospiti, emozioni e un ponte musicale tra Nord e Sud Italia, e il resto del mondo</b></div><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><b>Alessandria</b> – Il 16 marzo 2025 resterà una data speciale nel cuore di chi ama la musica popolare, le feste di piazza e le storie di amicizia vera. In quella giornata, infatti, si sono celebrati i <b>30 anni della Banda Brisca</b>, storico gruppo musicale nato proprio ad Alessandria, che da tre decenni anima strade, cortili e piazze con una musica coinvolgente, ironica e profondamente umana.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-05-26-at-20.19.51.webp"  width="775" height="437" /><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5 ff1"><i>(foto di Roberto Rossi)</i></span></div><div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1">Un leader e un gruppo, una v</span></b><b class="fs11lh1-5"><span class="fs14lh1-5 ff1">isione condivisa</span></b></div></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">A guidare la Banda Brisca fin dagli esordi è stato <b>Bernardo Beisso</b>, carismatico musicista e autentico spirito guida del collettivo. Sotto la sua direzione, la Banda ha saputo fondere influenze che spaziano dalla <b>musica popolare dell’area monferrina e delle Quattro Province</b> – territorio a cavallo tra Piemonte, Lombardia, Liguria ed Emilia – fino alle <b>tradizioni musicali popolari di tutto il Nord Italia</b>, con incursioni nel klezmer e nella musica da strada, il tutto interpretato con uno stile personale e sempre aperto alla contaminazione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il concerto del 16 marzo ha visto la partecipazione di decine di musicisti, italiani e stranieri, molti dei quali ex membri della banda tornati per l’occasione, creando un ensemble variegato e festoso che ha scaldato il pubblico alessandrino con brani storici e nuove composizioni.</span></div><div class="imTACenter"><b class="imTALeft fs11lh1-5 cb1"><span class="fs14lh1-5 ff1">Un padrino d’eccezione: Ugo Maiorano</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Come in ogni anniversario importante della Banda Brisca, anche quest’anno non poteva mancare uno dei suoi “padrini” storici: <b>Ugo Maiorano</b>, figura di spicco della <b>tradizione popolare del Sud Italia</b>, presente sul palco al fianco dell’amico di sempre <b>Bernardo Beisso</b>. La loro amicizia, che dura da oltre 20 anni, è diventata col tempo simbolo di un’unione non solo personale, ma anche culturale, capace di superare ogni confine geografico.</span></div><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La presenza di Maiorano ha riportato sul palco le <b>sonorità calde e trascinanti del Sud</b>, dando vita a un dialogo musicale intenso e suggestivo con le melodie e i ritmi del Nord.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">La musica che unisce il mondo</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="ff1">"</span><span class="fs12lh1-5 ff1">La musica è un ponte – ha detto Beisso durante il concerto – che non unisce solo il Nord e il Sud, ma tutto il mondo. È questo che facciamo da 30 anni: portare nelle strade una musica che non divide, ma avvicina".</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E così è stato anche durante la serata del 16 marzo, quando il pubblico – composto da giovani, famiglie, anziani e appassionati di ogni età – ha risposto con entusiasmo a ogni brano, trasformando la piazza in una vera festa popolare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Tra i momenti più emozionanti, l’esecuzione di alcuni pezzi storici nati proprio dall’incontro tra Beisso e Maiorano: vere e proprie <b>celebrazioni sonore dell’Italia che non si arrende alle divisioni</b>, ma che si ritrova nella condivisione delle proprie radici.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-05-26-at-20.19.51--1-.webp"  width="770" height="433" /><span class="ff1"><br></span></div><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5"> &nbsp;</b><span class="ff1">(foto di Roberto Rossi)</span></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">Trent’anni, e non sentirli</span></b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La Banda Brisca compie 30 anni, ma non ha perso un grammo della sua energia, né la voglia di suonare tra la gente, far ballare e far riflettere. La serata del 16 marzo lo ha dimostrato una volta di più: questa <b>non è solo una banda musicale</b>, ma una comunità in movimento, un progetto culturale che sa rinnovarsi restando fedele a sé stesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 ff1"> &nbsp;</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">E se è vero che ogni festa ha un inizio e una fine, quella della Banda Brisca sembra appena cominciata. <b>Auguri per questi primi 30 anni</b>, con lo sguardo già rivolto al futuro: alle prossime piazze, ai prossimi incontri, e a nuove musiche da condividere.</span></div><div class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 26 May 2025 18:20:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il Canto di devozione]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div class="imTACenter"><strong data-start="219" data-end="294" class="fs12lh1-5">"I canti dei contadini alla Madonna: quando la fede dava voce al cuore"</strong></div><div class="imTACenter"><strong data-start="219" data-end="294" class="fs12lh1-5"><br></strong></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">C’era un tempo in cui la devozione non si misurava in parole dotte o in melodie perfette. Nei borghi e nelle campagne del Sud, la fede prendeva la forma di gesti semplici: un lume acceso, un fiore colto lungo il cammino, un canto levato al cielo con voce tremante. I contadini, uomini e donne temprati dalla terra e dal lavoro duro, cantavano alla Madonna con tutto ciò che avevano: il fiato, il sudore, la speranza. Quei canti, spesso imparati per trasmissione orale o improvvisati sul momento, erano preghiere cantate, suppliche vestite di note, promesse sussurrate tra le zolle. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non contava l’intonazione. Non serviva conoscere la musica. Bastava la fede.</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche stonare, in quei contesti, era un atto sacro: il pellegrino che si fermava dinanzi a un’edicola votiva o ai piedi di un santuario e intonava una lode, lo faceva per bisogno interiore, non per esibirsi. </span></div></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ogni nota imperfetta era <span class="cb1">un frammento di verità. </span></span></div><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/6303a2fe-afeb-4da5-914e-890b281c83b0.webp"  width="350" height="234" /></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Ogni parola sgrammaticata, un’offerta d’amore autentico. </span></div><div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">In quei canti, si mescolavano dolore e gratitudine, invocazione e speranza.</span></div> <div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco perché oggi, in un mondo spesso distratto e giudicante, nessuno</span></div><div class="cb1"><span class="fs12lh1-5"><span class="imTAJustify"> di noi ha il diritto di ridere o criticare un pellegrino che canta male, che sussurra un ritornello antico o che, col cuore in gola, intona una nenia imparata da bambino.</span><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Perché in quel canto – anche se fuori tempo o fuori tonalità – c’è <span class="cb1">un’anima che parla, c’è una storia che si racconta,</span><span class="cb1"> c’è </span><span class="cb1">un atto</span><span class="cb1"> </span><span class="cb1">di fiducia che si rinnova.</span></span></div></div> <div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella dimensione sacra della devozione popolare, tutto ciò che è fatto con amore, rispetto e verità diventa preghiera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><span class="fs12lh1-5">E la Madonna, madre e custode di tutti, non ascolta con l’orecchio della perfezione, ma con il cuore </span>della misericordia.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 21 May 2025 16:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Riflessioni ]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div class="imTAJustify"> <b class="fs14lh1-5">Feste popolari: piene di vita, ma svuotate del rito. E la colpa è anche mia.</b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi le feste popolari sono più affollate e vive che mai. Ma tra un selfie e una tammurriata, abbiamo perso qualcosa di prezioso: il senso del rito, della soglia, della devozione. E io, che continuo a partecipare, mi sento parte del problema nonché della possibile soluzione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Le feste popolari non sono vuote. Al contrario, sono cariche di energia, di suoni, di persone. Hanno conquistato visibilità, attirano folle, e questo non è un male in sé. Ma il centro si è spostato. Dove un tempo c’era la devozione, oggi spesso c’è la moda. Dove si andava per chiedere una grazia o ringraziare la provvidenza, oggi si va per “esserci”, per far parte della scena.</span><img class="image-0 fright" src="https://www.ugomaiorano.it/images/ChatGPT-Image-4-mag-2025,-16_50_18.webp"  width="305" height="458" /></div><div><span class="fs12lh1-5">Non è nostalgia. È constatazione. La festa, un tempo, era rito: aveva un prima, un durante, un dopo. Ti preparavi. Riconoscevi un confine sacro. Non si entrava nel cerchio a caso. Si ascoltava, si osservava, si aspettava il momento giusto. Si capiva che non tutto era per tutti, e non sempre.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Oggi invece, tutto è subito, tutto è visibile. E nel partecipare anch’io, mi accorgo che spesso non custodisco più quel silenzio, quella soglia. È anche colpa mia, perché sono parte di questo tempo che corre e semplifica, che spettacolarizza e dimentica.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma c’è una strada per ritrovare il senso profondo di queste feste. Solo riavvicinandoci alla fede, quella vera, fatta di silenzio, ascolto e gratitudine, possiamo restituire al rito la sua dignità. Non parlo solo di religione in senso stretto, ma di fede come atteggiamento interiore, come apertura al mistero, come riconoscimento che esiste qualcosa di più grande di noi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Senza questa fede, le feste rischiano di diventare solo eventi. Ma con essa, anche nel frastuono, possiamo ritrovare una direzione, una soglia, un senso. Possiamo tornare a festeggiare con l’anima e non solo col corpo. A ballare per ringraziare, non solo per divertirci. A suonare per unirci, non per esibirci.</span></div><div>E allora forse, davvero, il nuovo rito nascerà. Non copiando il passato, ma riscoprendo il cuore da cui tutto partiva: la fede.</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 14:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Candelora]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs11lh1-5">Ogni anno, il 2 febbraio, il Santuario di Montevergine, situato sul Monte
Partenio in provincia di Avellino, si anima per la festa della Candelora, una
celebrazione che unisce la tradizione cristiana a riti precristiani e antiche
credenze popolari, trasformandosi nel tempo in un simbolo di inclusione e
accoglienza, in particolare per la comunità LGBT+. Questa festa, tanto
spirituale quanto identitaria, rappresenta uno dei momenti più sentiti del
culto alla Madonna di Montevergine, la cosiddetta Madonna Nera, conosciuta dai
devoti come “Mamma Schiavona”.</span><div>Le origini della Candelora risalgono a tempi remoti, ben precedenti al
cristianesimo. Si ritiene che la festa derivi da antichi riti pagani legati al
culto della dea Cibele, divinità madre della fertilità e della natura, venerata
nei territori dell’Asia Minore e poi nell’Impero romano. Durante i riti in suo
onore si celebrava il ritorno della luce e l’avvicinarsi della primavera,
attraverso cerimonie di purificazione e accensione di torce o candele. Altri
studiosi collegano invece la festa alla tradizione ebraica della purificazione:
secondo la legge mosaica, una donna che avesse partorito un figlio maschio era
considerata impura per quaranta giorni, al termine dei quali doveva recarsi al
Tempio per essere purificata.</div>

<div>Con l’avvento del cristianesimo, queste usanze furono reinterpretate dalla
Chiesa cattolica, che fissò la festa della Presentazione di Gesù al Tempio e
della Purificazione di Maria proprio quaranta giorni dopo il Natale, cioè il 2
febbraio. Da questa sovrapposizione nacque la Candelora, il cui nome deriva dal
rito della benedizione delle candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le
genti”. La luce delle candele, accesa in pieno inverno, rappresenta la vittoria
del calore e della vita sulle tenebre e sul gelo, un tema che si intreccia
profondamente con il ciclo della natura e con il significato di rinascita
spirituale.</div>

<div>A Montevergine, tuttavia, la Candelora ha assunto un carattere unico e
fortemente identitario, legato alla leggenda di Mamma Schiavona e al
pellegrinaggio dei cosiddetti “femminielli”. Secondo la tradizione popolare,
nel 1256 due giovani uomini, scoperti nella loro relazione amorosa, furono
condannati dalla comunità e incatenati sul Monte Partenio come punizione per il
loro amore considerato “contro natura”. Destinati a morire assiderati, furono
invece salvati dalla Madonna di Montevergine, che, mossa a compassione, avrebbe
irradiato una luce calda e potente capace di sciogliere le catene e riscaldare
i corpi dei due ragazzi, restituendo loro la vita.</div>

<div>Questo miracolo, tramandato oralmente per secoli, ha reso Mamma Schiavona
una figura materna e accogliente, protettrice degli ultimi, dei reietti e di
chiunque si senta escluso. La Madonna Nera, così chiamata per il colore scuro
del suo volto, è simbolo di accoglienza universale: non giudica, non
discrimina, ma abbraccia tutti, come una madre che offre rifugio e
comprensione. La sua immagine, posta nel santuario a 1270 metri d’altitudine, è
meta di pellegrinaggi da tutta la Campania e dal Sud Italia, e rappresenta da
secoli un punto d’incontro tra sacro e profano, fede e identità, tradizione e
libertà.</div>

<div>Durante la Candelora, migliaia di fedeli si mettono in cammino per la
cosiddetta “Juta dei Femminielli” – in dialetto napoletano “juta” significa
“salita” o “andata” – un pellegrinaggio che da Napoli e dai paesi limitrofi
conduce fino al santuario. I femminielli, figure storiche e rispettate della
cultura popolare napoletana, rappresentano un’identità di genere fluida e
arcaica, che precede di molto le definizioni moderne dell’identità queer. Il
loro pellegrinaggio è un atto di fede e di festa insieme: danze, tamburelli,
canti devozionali e invocazioni alla Madonna si mescolano a momenti di
preghiera e raccoglimento, in un clima che fonde il fervore religioso con la
gioia popolare.</div>

<div>Oltre alla Candelora, Montevergine è protagonista di un’altra importante
celebrazione: la grande festa del 12 settembre, giornata dedicata a Maria
Santissima di Montevergine. In questa occasione si svolge un’altra “Juta”,
profondamente radicata nella tradizione contadina e pastorale dell’Irpinia.
Storicamente, i pellegrini che salivano verso il santuario si fermavano a
Ospedaletto d’Alpinolo, un suggestivo paesino situato a metà strada tra
Avellino e Montevergine. Qui, alla vigilia del 12 settembre, uomini e donne,
con i propri muli e cavalli, sostavano per rifocillarsi, riposare e prepararsi
all’ultimo tratto della salita, che affrontavano il mattino seguente per
partecipare alla solenne celebrazione dedicata alla Madonna.</div>

<div>Questa antica sosta, divenuta col tempo un vero e proprio evento
comunitario, è oggi ricordata come la “Juta di Ospedaletto”, un momento in cui
devozione, tradizione e folklore si intrecciano in un’atmosfera di grande
intensità. Le vie del borgo si riempiono di suoni, colori, canti popolari,
prodotti tipici e rievocazioni storiche: un tributo alla fede dei pellegrini di
un tempo e alla forza delle radici irpine.</div>

<div>La figura di Mamma Schiavona è legata anche a una delle leggende più
affascinanti del folklore campano: quella delle <strong>Sette Sorelle</strong>,
o <strong>Sette Madonne</strong>, raccolta e tramandata dal Maestro
Roberto De Simone. Secondo questa antica narrazione, la Madonna di Montevergine
non è sola: ha sei sorelle, venerate in altri santuari della Campania. Le sette
sorelle sono la <strong>Madonna di Montevergine</strong>,
la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-dell-arco.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-dell-arco.html', null, false)">Madonna dell’Arco</a></strong> (a Sant’Anastasia), la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-delle-galline.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-delle-galline.html', null, false)">Madonna
delle Galline</a></strong> (a Pagani), la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-castello.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-castello.html', null, false)">Madonna di Castello</a></strong>
(a Somma Vesuviana), la <a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-dei-bagni.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-dei-bagni.html', null, false)"><strong>Madonna dei Bagni</strong> (</a>a
Scafati), la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html', null, false)">Madonna dell’Avvocata</a></strong> (a
Maiori) e la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-materdomini.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-materdomini.html', null, false)">Madonna di Materdomini</a></strong> (a
Nocera Superiore).</div>

<div>Ogni Madonna ha un suo carattere, un suo popolo e un suo modo di essere
festeggiata. La <strong>Madonna dell’Arco</strong>,
venerata il Lunedì in Albis, è la più potente e popolare: la sua festa è
segnata dai “battenti”, devoti che si flagellano per penitenza, e da
processioni che mescolano misticismo, musica e trance. La <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-delle-galline.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-delle-galline.html', null, false)">Madonna
delle Galline</a></strong>, invece, è la più gioiosa: durante la sua festa,
a Pagani, le donne e gli uomini danzano la tammurriata, mentre le galline,
simbolo di rinascita e abbondanza, si muovono libere tra i fedeli. La <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html', null, false)">Madonna
di Castello</a></strong> di Somma Vesuviana è la sorella del fuoco e del
vulcano, protettrice delle genti vesuviane; la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-dei-bagni.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-dei-bagni.html', null, false)">Madonna dei Bagni</a></strong>
di Scafati è la sorella dell’acqua, venerata per le sue presunte proprietà
miracolose e taumaturgiche; la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-avvocata.html', null, false)">Madonna dell’Avvocata</a></strong>,
che domina la Costiera Amalfitana dal Monte Falerzio, è la sorella del mare e
dei pescatori, la protettrice delle acque e dei venti; infine, la <strong><a href="https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-materdomini.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.ugomaiorano.it/madonna-di-materdomini.html', null, false)">Madonna
di Materdomini</a></strong> di Nocera Superiore è la più antica e materna,
custode dei cicli della fertilità e della rinascita.</div>

<div>Tra tutte, però, la <strong>Madonna di Montevergine</strong> è
la più solitaria. Vive sulla montagna, lontana dal mare e dalle città. Si
racconta che, nei giorni di tempesta, il vento che fischia tra i boschi del
Monte Partenio sia la sua voce malinconica che chiama le sorelle, cercando
conforto. Un tempo, si diceva che fosse la più <strong>brutta</strong>
delle sette sorelle, perché aveva il volto scuro, annerito dal fumo dei ceri e
dal tempo. Ma col passare dei secoli, la sua diversità si è trasformata in
luce: quella che un tempo veniva ritenuta la più brutta, si è rivelata la <strong>più
bella</strong>, la più misericordiosa, la più amata. La sua bellezza è
quella dell’anima, della maternità che consola, dell’amore che non conosce
confini.</div>

<div>Così Mamma Schiavona, la Madonna Nera, è diventata simbolo di tutte le
diversità e della bellezza che nasce dal dolore e dalla compassione. La sua
luce, che brilla nel buio del Monte Partenio, è quella che unisce le sette
sorelle in un abbraccio eterno, che attraversa monti, vallate e mari.</div>

<div>E nella tradizione più profonda, come racconta De Simone, le <strong>Sette
Madonne</strong> non sono che i volti diversi della <strong>Madre
Terra</strong>, la Grande Madre che scandisce il ritmo delle stagioni,
che muore e rinasce ogni anno, che accoglie e nutre. A Montevergine, la Madre è
Nera come la terra fertile e come il grembo che genera la vita; a Pagani è
luminosa e festosa come la primavera; a Maiori soffia con i venti del mare; a
Somma arde con il fuoco del Vesuvio; a Nocera e a Scafati sgorga con l’acqua
delle fonti; a Sant’Anastasia vibra con i canti e le tammorre che invocano la
rinascita.</div>

<div>In ciascuna di loro vive un frammento dell’antico culto della Dea,
sopravvissuto nel cristianesimo popolare come un canto che non si è mai spento.
E forse, quando le tammorre risuonano nella notte della Candelora o durante la
Juta di settembre, è la voce delle sette sorelle che ancora si risveglia,
danzando tra fede, mito e memoria, per ricordare a tutti che la vera luce non
abbaglia: <strong>illumina chi è nel buio e riscalda chi ha
freddo</strong>.</div><img class="image-0" src="https://www.ugomaiorano.it/images/Madonna-di-Montevergine-Icona-Mamma-Schiavona-Icon-Hand-Painted-on-Wood-1-01-600x888.webp"  width="405" height="599" /></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 09 Feb 2025 11:06:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Presentazione spettacolo  del libro "Tammorra Grande Storia" di Franco Salerno, Ugo Maiorano e Viridiana Myriam Salerno-]]></title>
			<author><![CDATA[Ugo Maiorano]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000A"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Intellettuali e popolo hanno cantato l’incontro fra la tammorra e i protagonisti della Grande Storia del secondo Millennio: lo “Stupor mundi” Federico II di Svevia, il capopopolo Masaniello, i martiri della Rivoluzione partenopea del 1799, i briganti spietati e vittime, gli eroici cittadini e scugnizzi delle quattro Giornate di Napoli. Si chiude così la Trilogia </span><i><span class="fs14lh1-5 ff1">L’InCANTO della Tammorra</span></i><span class="fs14lh1-5 ff1">, lo strumento più antico e più moderno della musica popolare italiana.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2" src="https://www.ugomaiorano.it/images/WhatsApp-Image-2025-01-05-at-15.41.50.webp"  width="770" height="1073" /><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 05 Jan 2025 08:54:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Tammorra e Grande Storia]]></title>
			<author><![CDATA[Franco Salerno]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"><div class="imTACenter"><b class="fs11lh1-5">La Tammorra incontra la Grande Storia</b></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">La grandezza della tammorra consiste nell’essere profondamente popolare nel senso che essa esprime, con il suo ritmo travolgente, una vera e propria visione del mondo da parte del popolo, che ne ha fatto una bandiera di protesta ma anche di celebrazione di Valori, tra cui la socializzazione e il concetto della Vita come lotta e sacrificio, che vengono affermati nella microstoria, cioè nella piccola storia di ogni giorno.</span><img class="image-0 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/IMG_20230625_104456_9mwt8z7n.webp"  width="379" height="519" /></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Ma al tempo stesso, la tammorra ha dato vita a un incontro con la Grande Storia o Macrostoria, nell’ambito della quale essa ha vissuto con intensità i grandi Eventi della società, soprattutto del Meridione. In tal modo, la tammorra è stata la colonna sonora dei sogni e delle lotte, ma anche delle sconfitte, che si sono avvicendate nel corso dei secoli che hanno visto spesso il popolo come protagonista sul palcoscenico della Storia.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Questo fatidico incontro ha avuto come primo protagonista l’imperatore Federico II di Svevia, noto per le sue capacità di guardare con interesse all’Oriente, di aprirsi alla cultura mediterranea, di recepire il linguaggio dei medici e degli astronomi, dei filosofi e dei matematici. Al periodo del suo regno si dice che risalga il primo esempio di musica popolare napoletana: <i>Jesce sole</i>, il celebre canto delle lavandaie del Vomero.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5"> &nbsp;Il secondo momento riguarda la storia e il mito di Masaniello, il quale, anche se tra errori e illusioni, fece capire al mondo che c’era una classe sociale (costituita dal popolo), la quale nel 1647 bussò alle porte della Storia per gridare le sue esigenze e i suoi desideri: una tammurriata esaltò le gesta, impetuose e oltranziste, di questo giovane ribelle.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Il terzo momento in cui la Grande Storia si legò alla tammorra fu durante la Rivoluzione partenopea del 1799, in cui intellettuali finissimi elaborarono idee repubblicane d’avanguardia, pagando con la vita l’aver osato sognare una società più libera e più giusta. Il “Canto dei sanfedisti” esprime la reazione al 1799.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">E poi vennero i briganti di metà Ottocento, spesso criminali, talvolta agitapopolo e vittime: volevano, nei loro canti, reagire al loro destino di essere “o briganti o emigranti”.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">E, infine, gli eroici cittadini e scugnizzi delle quattro Giornate di Napoli. Tra il 27 e il 30 settembre 1943, durante la seconda guerra mondiale, la popolazione civile e militari fedeli al Regno del Sud riuscirono in una missione impossibile: liberare Napoli dall'occupazione da parte dell’esercito nazista. “Il canto allo scugnizzo” (mirabilmente scritto e musicato da Eugenio Bennato) si conclude con queste parole: «’na vecchia guarda e dice: “Quant’è bello/ me pare tale e quale a Masaniello”». </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">Si chiude così la Trilogia “L’InCANTO della Tammorra”, lo strumento più antico e più moderno della musica popolare italiana, lo strumento che trasmette i battiti del cuore e la pulsione del sangue, lo strumento che esalta lo spettacolo della Vita.</span></div> &nbsp;<div class="imTARight"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">Franco Salerno </span></b></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Jan 2024 10:59:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Laboratorio di Danza Movimento Terapia Funzionale]]></title>
			<author><![CDATA[Dr. Filomena Liberati]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">LABORATORIO DI DANZA MOVIMENTO TERAPIA FUNZIONALE</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> </span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Nel mese di dicembre 2019 si è svolta la prima edizione del laboratorio di Danza Movimento Terapia Funzionale basato sulle danze popolari del sud Italia. Questo progetto nasce dalla collaborazione tra l'associazione “TAMMORRA FELIX” e “INVENIO” Istituto di Psicoterapia Individuale e Sistemica, nonché dalla passione e dalla motivazione dei conduttori del laboratorio: il Maestro Ugo Maiorano, la esperta di danza popolari Tanya Maiorano, la Dott.ssa Filomena Liberati, Psicoterapeuta Familiare, e la Dott.ssa Laura Ferrara, Psicologa esperta nelle metodologie funzionali Anti-Stress.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1"> Il laboratorio si è svolto in 5 incontri, della durata di circa 2 ore l'uno, &nbsp;durante i quali un folto numero di partecipanti ha potuto sperimentare i molteplici benefici legati al movimento e alla musica con particolare riferimento alla Tammorriata dell'agro nocerino sarnese e alla Pizzica salentina..</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">L'obiettivo perseguito è stato quello di coinvolgere tutti i presenti in intense esperienze di benessere quali il piacere, che si riscopre attraverso movimenti ritmici e coordinati; la maggiore consapevolezza personale data dal recupero di sensazioni morbide e leggere, troppe volte dimenticate nel caos frenetico della quotidianità; la possibilità di instaurare, in forma giocosa e protetta, momenti profondissimi di contatto tra i partecipanti, non solo attraverso lo sfiorarsi o tenersi con le mani, le gambe, o altre parti del corpo, ma ancora di più è stato favorito un riavvicinamento al contatto empatico fatto di sguardi, suoni, odori e percezioni; &nbsp;e ancora, la potente energia vitale del ballo e della sua innata capacità di permettere piccole perdite di controllo, non affatto pericolose ma assolutamente auspicabili per permettere alle persone di muoversi in modo fluido e continuo tra il “poter reggere ritmi frenetici e dispendiosi, e il sapersi lasciare a piccole pause piene di sensazioni di benessere”.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Sebbene la danza abbia origini antichissime, e da sempre sia stata intesa come la possibilità di esprimere emozioni e intenti senza ricorrere alle parole, l'utilizzo strutturato delle sue &nbsp;finalità terapeutiche e riabilitative prende le mosse intorno al 1930, quando sia in America che in Europa nascevano, soprattutto all'interno di strutture psichiatriche, i primi gruppi esperenziali il cui obiettivo era favorire l'espressione del disagio interiore. Da allora lo studio di specifiche metodologie che permettano di usare il movimento e la danza come strumenti terapeutici non ha mai smesso di evolversi, differenziandosi in diverse pratiche esperenziali, tutte accomunate dall'obiettivo di favorire il benessere psicologico delle persone.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Il laboratorio proposto dal team di esperti sopracitato, si basa sulla metodologia Funzionale, che trae le sue radici nel Neo Funzionalismo di Luciano Rispoli. La psicologia Funzionale, da lui fondata in oltre trenta anni di studio e ricerca, guarda all'individuo nella sua interezza mente-corpo, considerando il Sè come un'entità complessa definita su 4 piani: emotivo, cognitivo, posturale e fisiologico. In tale ottica, per favorire il benessere di ciascuna persona non si può prescindere da un lavoro che tenga conto della integrazione tra movimenti e pensieri, emozioni e stati fisiologici, e che quindi coinvolga gli individui in senso olistico, con l'utilizzo di pratiche psico corporee.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">Durante i 5 incontri del laboratorio di Danza Movimento Terapia Funzionale è stato possibile agire su aspetti senso-motori, cognitivo-simbolici, psico-corporei e affettivo-emozionali, proponendo di volta in volta la riattivazione di “Esperienze basilari allo Sviluppo del Sè”.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 17 Apr 2020 13:12:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Eros e tammorra]]></title>
			<author><![CDATA[Raffaele Di Matteo]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000005"><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1">Presentazione-Evento</span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div><br><img class="image-0 fleft" src="https://www.ugomaiorano.it/images/Prima-di-COPERTINA-Eros-Tammorra_wb26dvfv.webp"  width="303" height="438" /></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1"><br></span></b></div><div class="imTACenter"><b><span class="fs16lh1-5 ff1">Eros e tammorra</span></b></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs16lh1-5 ff1">Il secondo volume della trilogia “L’inCANTO della Tammorra”, </span></i></div><div class="imTACenter"><i><span class="fs16lh1-5 ff1">un testo originale e affascinante</span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">Presentazione-spettacolo di grandissima suggestione quella del libro <i>Eros e Tammorra </i>(edizioni Buonaiuto - Progetto Mediavox/Associazione Tammorra felix), scritto da Franco Salerno, da Ugo Maiorano e da Viridiana Myriam Salerno. L’Evento, svoltosi a Sarno a Villa Lanzara il 19 settembre, è stato inserito nella prestigiosa Rassegna “Settembre Libri”, voluta e organizzata dall’Amministrazione Comunale e, in particolare, dal Sindaco dott. Giuseppe Canfora, dall’Assessore alla Cultura Prof. Vincenzo Salerno, dall’Assessore Spettacolo ed Eventi Prof.ssa Annamaria Della Porta e dall’Assessore al Turismo Dott.ssa Stefania Pappacena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">Il volume è il secondo tassello della Trilogia “L’inCANTO della tammorra”. Esso cerca di scoprire i sottili legami fra questo strumento antichissimo e il più ancestrale dei sentimenti umani: l’Amore. Gli Autori hanno reperito un fitto <i>corpus</i> di canti popolari, raggruppandoli in tre sezioni: “Canti di amore e desiderio”, “Canti di amore e morte” e “Canti di amore, maledizioni e incantesimi”. L’area geografica comprende la Campania, la Calabria, la Puglia e la Sicilia. Tra le novità del libro, a livello antropologico, vi è la scoperta dei rapporti fra la cultura della Tammorra e il mito platonico di Eros (Amore). Questo personaggio è, per Platone, un dèmone (“dàimon”), cioè un essere intermedio (“tì metaxù”) fra l’uomo e gli dei. La funzione di tali creature (secondo il mito, essi erano i figli nati dalla congiunzione fra dèi e ninfe o altre donne) era quella di unire le due sfere del Divino e dell’Umano, di colmare il distacco che le separa e di dare all’universo il senso dell’unità e della coesione suprema. <b></b></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">La serata, introdotta da Viridiana Myriam Salerno, è iniziata con uno splendido esempio di musica folk (“Bella figliola ca te chiamme Rosa”), eseguito dall’eccezionale Maestro Ugo Maiorano e dagli altri eccellenti Maestri Salvatore De Vivo, Massimo Maiorano, Nicoletta Morroni, Francesco Pecoraro, Antonio Senatore e Rocco Zambrano, a cui ha fatto da splendido pendant coreutico la coinvolgente danzatrice Tanya Maiorano. Ad essi si è collagata la profonda e avvincente interpretazione condotta da Franco Salerno, che, tra l’altro, ha rintracciato i sottili legami fra le tesi platoniche e le coordinate culturali dei testi, che rivelano un amore duplice e cangiante, “intermedio” tra gioia e dolore, sul filo dell’Aldiquà e dell’Aldilà. Protagonista della serata: la tammorra, grazie al quale il folto e attento pubblico ha captato il pulsare del sangue, i battiti del cuore, la forza della passione della gente del Mediterraneo e del Meridione. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">Strazianti alcuni canti, come "Mamma, mamma, ca ne voglio murire”). L’innamorato, pronto a morire per la propria donna, chiede alla madre di fornirgli uno strano pranzo per l’ultimo viaggio: "Mamma, mamma, ca ne voglio murire,/ famme 'nu tavutiello de ricotta./ Pe' cusciniello 'na pecora cotta. / E tutta 'nturniata d'ova fritte; e li cannele fossero sausicchie/ e l'acqua santa fosse vino forte". La presenza di delicati vezzeggiativi ben si inscrive in un clima privo delle tinte classiche dell'"horror" e delinea una sorta di "viatico" per il Viaggio nell'Aldilà. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">Particolarmente suggestivo il testo di <i>Lu cardillo</i>, in cui <span class="cf1">uno spasimante affida i suoi messaggi d’amore per la sua amata ad un uccellino, appunto il cardillo. Esso deve volare fino alla donna, contemplarla e controllare le sue azioni: deve essere premuroso con lei se riposa o se è affacciata al balcone; ma, se esso dovesse sorprenderla a fare l’amore con qualcun altro, ebbene deve sfoderare il suo coltello e ucciderla, per poi portargli il suo sangue. </span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs16lh1-5 ff1">Altrettanto affascinante è il rapporto tra la pizzica (danza del Salento) e la donna tarantata. Quest’ultima era considerata vittima del morso di un animale (la “tarantola”), per cui cadeva in uno stato di offuscamento della coscienza secondo modalità non dissimili dall'<span class="cf2">epilessia</span> o dall'<span class="cf2">isteria</span>. Fu il grande antropologo Ernesto de Martino, che nel suo fondamentale saggio <i>La terra del rimorso</i> (<span class="cf2">1959</span>) affermò decisamente che la "tarantola" era un animale simbolico che, con il suo “morso”, portava alla luce conflitti psichici individuali che <i>rimordono</i> nell'oscurità dell'inconscio. Nella canzone “Nun era da vinì”, eseguita magistralmente in chiusura, travagliato è l’innamorato, a cui giungono i sospiri della donna, di cui non vorrebbe innamorarsi. Ma in realtà egli prova un desiderio profondo dell’amata, ricordando che ella è stata misteriosamente “pizzicata”. L’esecuzione del mix musica-danza dà vita alla “guarigione” della tarantata, che, durante il ballo, può vivere attimi di liberazione dalla repressione secolare del suo esser donna.</span></div><div class="imTARight"><b><span class="fs16lh1-5 ff1">Raffaele Di Matteo</span></b></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf1 ff2"> </span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Nov 2019 22:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'incanto della Tammorra]]></title>
			<author><![CDATA[Giovanna Passariello]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004"><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">SARNO/ Episcopio Teatro Festival</span></b></div></blockquote><blockquote><div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div></div></blockquote><blockquote><div><div class="fs14lh1-5 ff1"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div></div></div></blockquote><blockquote><div><div class="fs14lh1-5 ff1"><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5"> </span></div></div></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">L’inCANTO della Tammorra</span></b></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff1">Un meraviglioso spettacolo di cultura e musica folk</span></i></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Travolgente. Martellante. Coinvolgente. Così è il ritmo della tammurriata eseguita dai fantastici Maestri Ugo Maiorano, Rocco Zambrano e Nino Conte, che irrompe, come ouverture, all’inizio di un originale Spettacolo di cultura e musica folk. Titolo suggestivo: “<i>L’inCANTO della tammorra</i>”, che il 27 gennaio, nel Centro sociale di Sarno, ha chiuso la prestigiosa Rassegna “Episcopio Teatro Festival”, organizzata dal “Circolo dell’Amicizia”, il quale ha già festeggiato il 50° anno della sua attività, e dal suo dinamico e manageriale Presidente Michele Albarella.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E parte così il primo travolgente applauso da parte del folto e variegato pubblico, costituito dagli abbonati alla Rassegna e dagli aficionados della tammorra. Presenti il Sindaco dott. Giuseppe Canfora, l’Assessore alla Cultura Prof. Enzo Salerno, l’Assessore Avv. Eutilia Viscardi ed altri esponenti dell’Amministrazione Comunale del Comune di Sarno. Questo spettacolo è tratto dal libro <i>La tammorra. Storia, miti, simboli </i>(edizioni Buonaiuto - Progetto Mediavox/Associazione Tammorra felix), scritto da Franco Salerno, da Ugo Maiorano e da Viridiana Myriam Salerno, che ha introdotto brillantemente lo Spettacolo. </span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Già durante il primo assaggio di tammurriata, i presenti captano il pulsare del sangue, i battiti del cuore, la forza della passione della gente del Mediterraneo e della Campania in particolare. Del resto, terra di tammorra per eccellenza è l’area che dall’Agro sarnese-nocerino, ricco di prodotti effervescenti e unici come il pomodoro, va fino al territorio del Vesuvio, il monte che ci ha trasmesso la forza dei sentimenti pulsanti e la capacità di resistere alle avversità dell’esistenza. </span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La struttura di questo Spettacolo si è mossa lungo un doppio binario. La voce narrante dello scrittore Franco Salerno ha magistralmente presentato e anticipato al pubblico temi e caratteristiche delle canzoni che di volta in volta sono state eseguite. &nbsp;Poi sono seguite le avvincenti musiche eseguite dal magico succitato trio di musicisti (Maiorano alle percussioni, Zambrano alla chitarra e Conte alla fisarmonica) e accompagnate dalla bravissima danzatrice Tanya Maiorano, che, roteando con splendide movenze, ha fatto balenare magicamente dinanzi agli occhi degli spettatori i mille volti della tammorra, che sono poi i mille volti dell’animo umano. Il fine dello Spettacolo è stato non solo quello di far conoscere e amare uno strumento musicale, antico eppur moderno, ma anche quello di comunicare i grandi Valori, che la tammorra esalta: cioè l’amicizia, l’amore, l’apertura verso l’altro, la socializzazione, la solidarietà e il concetto della Vita come lotta e sacrificio.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"><em>«Il primo “incanto della tammorra” -ha spiegato il prof. Franco Salerno- è quello del suono del nome stesso “tammorra”</em><i>: </i>la “t” e la “m” rendono perfettamente il colpo forte che scatena il suo suono; la “o” si inserisce con la sua forma a mo’ di sole e di cerchio, simboli di perfezione; la “r” racchiude il suo roteare e il suono rotolante; la vocale ”a” fa percepire all’ascoltatore la sua meraviglia, che si esprime con il pronunciare un “ah!” come effetto della sorpresa».</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il secondo incanto è il fascino dell’antico. E’, infatti, nell’antica Grecia che nacquero le antenate della nostra <i>tammurriata</i>: la <i>sìkinnis </i>(la sfrenata danza dei satiri), la <i>týrbe</i>, che era la danza fortemente erotica delle Baccanti, e la <i>pìrrica</i> greca, di carattere giocoso, ma anche guerresco. E a questo punto si è inserita la magistrale esecuzione di Maiorano, Zambrano e Conte della canzone <i>Allarmi, la campana sona.</i></span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Variegato il caleidoscopio delle tammurriate dell’area salernitana, sapientemente illustrato da Ugo Maiorano: da quelle, che vengono eseguite con più tammorre durante la festa dell’Avvocata, a quelle dell’Agro e di Pagani, fortemente connotate da aspetti sensuali. </span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La seconda parte dello Spettacolo, introdotta da una toccante processione di fujenti per la Madonna dell’Arco e da una struggente canzone intonata dall’eccezionale Maestro Maiorano, musicista ormai a livello internazionale, è stato incentrata sull’incanto del Sacro, trasmesso dai canti per le Sette Madonne, tra cui figurano anche la Madonna delle galline di Pagani e la Madonna di Montevergine venerata nella Chiesa di San Matteo a Sarno. I fedeli chiedono alla Vergine di consentire loro l'accesso alla zona sacra, mediante l'apertura del "portone" della Chiesa, che rappresenta la Porta dell’Aldilà. "E si nun ci virimmo cca/ nci virimmo all'Eternità": così concludono i devoti nella Chiesa di Sarno e nel Santuario di Montevergine, salutando la Madonna e proiettando le speranze dell’Aldilà su questa Terra, in cui tutti viviamo questa nostra difficile -ma splendida- esistenza.</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E, infine, dal fascino del Sacro a quello della Controstoria. Protagonisti gli eventi del brigantaggio e, in chiusura, il dramma del Sud, cantato anche attraverso brani moderni, come “Grande Sud”, eseguito con una sorprendente fantasmagoria di suoni e di danze e con un potente coinvolgimento del pubblico. «Le tammurriate sulla storia del Sud -ha concluso il Prof. Salerno- sono un atto di accusa contro coloro che hanno distrutto le radici del Sud e un atto di speranza verso le nuove generazioni che sicuramente daranno vita ad un mondo migliore del nostro. Una riscossa del Sud deve partire dal Sud: da Napoli, da Pompei, da Matera, dal Gargano, dalla pizzica pugliese e, perché no, anche da Sarno, città di cultura millenaria. Noi diciamo ai nostri spettatori: “Vivi il tuo presente, sogna il tuo futuro, ma abbi cura di ripescare nel tuo passato quei Valori che ti aiuteranno a costruire ciò che tu vuoi essere”».</span></div></blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"><b>Giovanna Passariello</b></span></div></blockquote></blockquote><div class="imTAJustify"><i><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 19:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Paranza dell'Agro]]></title>
			<author><![CDATA[Pino Lodato]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Paranza_dell%27agro"><![CDATA[Paranza dell'agro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000003"><div class="imTACenter"><b><span class="fs12lh1-5">La Paranza dell' Agro</span></b></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.ugomaiorano.it/images/29791386_10213890161186229_7966463627212827424_n.webp"  width="437" height="251" /><b><br></b></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft"><span class="fs12lh1-5">S</span><span class="fs14lh1-5 ff1">olca le vie di Europa La Paranza dell’Agro con i suoi mirabili alfieri, Ugo Maiorano, Sasà Darielli, Carmine Coppola ,Francesco Pecoraro e Tanya Maiorano. Tammurriata solare e capace, corre pianure e valica montagne, avvicinando, ammiccando, annullando distanze culturali ma anche artistiche.</span></span><span class="fs14lh1-5 ff1"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E’ appunto il suono della fervida e fervente piana dell’agro Nocerino Sarnese, infuocato da vampe vesuviane, lì da presso, che brillano sotto il battere della Tammorra, incessante che più lontano arriva e più vuole continuare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ugo Maiorano, Folk Singer dai tratti paralleli ad Arloo Guthrie, è il nocchiero che magicamente segna la rotta della Paranza in uno spiegare di note di Fisarmonica e Chitarra e Tammorra e Voce, che dalla tolda del palco irradiano piazze tanto grandi da unire due rive.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Frange le onde e gli scogli della vita e dello spettacolo La Paranza dell’Agro e veleggia spinta dalla voce di Carmine Coppola, incandescente e alata, a lenire </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">asperità ed inimici venti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ad ornamentum, le melodie intuite da Sasà Darielli che irretiscono correnti contrarie e avvers ipensieri ed omaggiano muse talassiche e bucoliche.</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E poi Francesco Pecoraro che affida al sogno la sua Tammorra e lascia e riprende con affetto in un oscillare del ritmo e del tempo tre lontane memorie nel cuore e lontani orizzonti nello sguardo.</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">E per concludere sulle ali danzanti come una farfalla &nbsp;Tanya Maiorano, che incanta e introduce con moviventi arcaici e soavi della danza popolare.</span></div></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Grande musica folk del grupo La &nbsp;Paranza dell’Agro, riconosciuto come "Gruppo Storico di interesse Nazionale.</span></div></div></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 09 Aug 2018 21:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Tammorra Felix]]></title>
			<author><![CDATA[Franco Salerno]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Tammorra_Felix"><![CDATA[Tammorra Felix]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000002"><div class="imTACenter"><b><span class="fs14lh1-5 ff1">“Tammorra felix”</span></b></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">“Tammorra felix”: due parole che hanno una storia lunga quanto la civiltà mediterranea e importante quanto il rapporto che l’uomo ha con la storia e con l’esistenza stessa. La tammorra, strumento musicale antico eppur moderno, esprime -con il suo ritmo travolgente- il pulsare del sangue, i battiti del cuore, la forza della passione. Il suo nome contiene vocali e consonanti che evocano sensazioni profonde: la “t” e la “m” rendono perfettamente il colpo forte che scatena il suo suono; la “o” esprime la sua forma rotonda a mo’ di sole, simbolo di luce e di vita; la “r” racchiude il suo suono rotolante; la vocale ”a” fa percepire all’ascoltatore la sua meraviglia.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Originaria dell’antica Fenicia, la tammorra ha avuto come sue antenate, nell’antica Grecia, la <i>sicinnide<b>, </b></i>la sfrenata danza dei satiri, adoratori del culto di Dioniso e Cibele, e la <i>pirrica</i>, un ballo di carattere giocoso, ma anche guerresco, che <span class="cf1">riproduceva ritmicamente i movimenti di attacco e di difesa di una battaglia militare, simbolo della guerra della vita.</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">La tammurriata vince e supera anche le distanze. Il suo ballo è diffuso nelle aree più diverse del territorio: dalle zone di montagna a quelle di mare. Due elementi spaziali che sono in rapporto con l’infinito: essi, infatti, confinano con il cielo e danno il senso di un potentissimo slargamento dell’orizzonte.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Durante la tammurriata, si forma, quasi spontaneamente un cerchio che avvolge musicisti, danzatori e pubblico. Il cerchio è un elemento dotato di un simbolismo possente e salvifico: esso rinvia alla perfezione e, nello stesso tempo, al carattere concavo del ventre, per cui il cerchio è considerato come espressione anche della rigenerazione della stirpe umana.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Ma anche l’aggettivo latino “felix” ha una storia affascinante e fondante per la vita dell’uomo. Esso, che rimanda ai concetti di “abbondanza” e “ricchezza”, è connesso anche alla “prosperità” del generare. Esso, secondo gli antichi, si ricollegava non tanto alla buona sorte della nascita (questo concetto è meglio espresso dal termine “fortunato”), quanto al poter disporre di tutto quello che può “ingenerare” l’appagamento dei desideri e che deve essere conquistato dall’uomo.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Fu un poeta molto legato alla storia di Napoli, Virgilio, che considerò la “felicità” come la concretizzazione di un “nuovo ordine di secoli”, fondati sul benessere e sulla pace, due grandi sogni dell’Umanità. Ed ancora Virgilio chiamò il saggio “felice” <span class="cf2">perché sa elevarsi oltre la mentalità ed i pregiudizi della massa informe, spaziando in un’atmosfera superiore.</span></span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 cf2 ff1">Perciò la nostra Associazione, denominata appunto “Tammorra felix”, si avventura lungo un percorso complesso ma -speriamo- gratificante, che si esplicherà in eventi, concerti, lezioni-spettacolo, performance che avranno alla base non solo la comunicazione musicale e culturale, antropologica e giornalistica, ma anche interventi a livello psicologico volti a garantire assistenza e consulenza a coloro che la richiederanno.</span></div><div><span class="fs14lh1-5 ff1"> </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs14lh1-5 ff1">Il nostro messaggio è questo: la cultura della “tammorra felice” non è un ritorno al passato, ma la speranza che con i grandi valori di sempre (l’amicizia, la pace, la solidarietà, la socializzazione che il ritmo della tammorra possono comunicare) si possa dare vita a una società più a misura d’uomo, che sappia affrontare le sfide del domani. Insieme. Con gioia. E con profonda speranza.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Feb 2018 21:08:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Chi è Ugo Maiorano]]></title>
			<author><![CDATA[Federico De Martino]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=dicono"><![CDATA[dicono]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000001"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5 ff1">La mia conoscenza della musica popolare fino a pochi mesi fa era legata solo all’ascolto di brani eseguiti da alcuni dei più conosciuti gruppi musicali, ma una serie di fattori coincidenti e positivi, mi ha avvicinato alla tammorra e, pertanto, ad un desiderio di approfondimento delle tradizioni, usanze, riti della nostra terra di origine.<br>Così, grazie ad un amico, mi sono iscritto ad un corso organizzato a Coperchia dall’Associazione Culturale Napulantica.<br>La prima giornata, dedicata alla conoscenza dei partecipanti, tenuta in un freddissimo pomeriggio di ottobre 2007 nella sede dell’Auditorium del Comune di Pellezzano, mi vide interessato, più che altro, alla conoscenza di &nbsp;Ugo Maiorano (a me perfetto sconosciuto e, pertanto, un certo scetticismo mi pervadeva), a cui era affidato il corso di tammorra e tammurriata.<br>Quando è arrivato, scusandosi per il ritardo (lieve), per le condizioni di tempo avverse, il mio scetticismo è cominciato man mano a sciogliersi, perché ho visto, in modo immediato e diretto, una persona semplice, cordiale, schietta, per niente supponente come lo sono alcuni musicisti e, soprattutto, disponibile all’ascolto degli altri.<br>Alcune cose in quell’occasione mi hanno colpito, il calore e la passione con cui illustrava la tammorra &nbsp;(ne parlava come se fosse stata una cosa viva) e lo sguardo diritto negli occhi dei suoi interlocutori, segno certo, di persona onesta, sincera e leale.<br>La stessa semplicità (fattore raro nella società attuale) che distingue la sua persona l’ho ritrovata nell’illustrazione e proposizione degli esercizi. Ti fa sembrare tutto semplice e lineare, fattibile il difficile, nel tuo sbaglio trova sempre qualche motivazione e giustificazione che ti spinge, in modo gratificante, a continuare e migliorare.<br>Mette sempre a disposizione degli altri la sua maestria, la sua tecnica, la sua grande esperienza.<br>Il ritmo incalzante, instancabile, le armoniche che riesce a trarre dallo strumento ti coinvolgono, ti appassionano, ti avviluppano, non riesci a stare fermo. Ugo e tammorra, tammorra e Ugo, diventano un binomio indivisibile.<br>La tammorra nelle sue mani sembra animarsi di vita propria come una donna in amore che sfiorata sussurra e &nbsp;toccata vibra di passione.<br>Credo che fin quando ci saranno persone come Ugo Maiorano che hanno passione, amore, competenza, desiderio di far riemergere le tradizioni popolari e conservarne la memoria, la tammurriata non potra mai morire, rimarrà aggregante, viva e, nel suo ritmo cadenzato, pulsante, come il battito eterno di un cuore. <br>Ugo, sei proprio una gran bella persona e riprendendo un tuo motto, grati per la tua passione, ti diciamo ….sona tammorra mia……sona tammorra!!!!<br><br>Federico De Martino <br></span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Feb 2018 21:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Ugo Maiorano e la Tammurriata]]></title>
			<author><![CDATA[On. Alberico Gambino]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=dicono"><![CDATA[dicono]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000000"><div><span class="fs12lh1-5 ff1">La Tammurriata, a cui noi paganesi siamo legati da un vincolo indissolubile, ha trovato in Ugo Maiorano un “portavoce” eccelso, diretto, capace di arrivare nel cuore di tutti, anche di coloro che, per la prima volta, si avvicinano &nbsp;alla musica della “tradizione popolare”.<br>Ugo è un artista, uno di quelli che staresti ad ascoltare e ad ammirare per ore. Resteresti a lungo, senza mai ad annoiarti, a guardare le sue mani sfiorare la grande tammorra e ad ascoltare il suono che essa produce, quel ritmo coinvolgente che, fedelmente, riprende il battito del cuore.<br>Ugo Maiorano è la tammorra. Non solo nella città di Pagani, non solo nell’Agro Nocerino Sarnese ma in ogni angolo del Bel Paese. Con la sua maestria, la sua tecnica ma soprattutto con la sua passione, sa trarre da questo affascinante strumento un’armonia particolare, suggestiva, viva.<br>A tutto ciò si aggiunge la sua grande propensione verso i giovani, vero i bambini a cui con amore e grande esperienza tramanda la tradizione, quella in cui crede e quella che, a mio avviso, non va persa perché rappresenta un grande patrimonio per il nostro territorio. <br>Ad maiora, Ugo! Che la tua tammorra possa suonare all’infinito, che essa possa continuare a regalare a te ed alla tua Paranza i successi che meritate ed a tutti noi le emozioni che non tramontano mai!<br><br>On. Alberico Gambino</span><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 05 Feb 2018 20:59:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La Tammurriata]]></title>
			<author><![CDATA[Marianna De Pascale]]></author>
			<category domain="https://www.ugomaiorano.it/blog/index.php?category=Musica_della_Tradizione"><![CDATA[Musica della Tradizione]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_qv7abcde"><div class="imTALeft"><span class="fs10lh1-5 ff1">Tammorra e tammurriata dalle origini ai giorni nostri</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Il re degli strumenti della tradizione musicale campana, la Tammorra, ha origini antichissime: nasce, infatti, come strumento musicale femminile, legato ai culti lunari. Ne sono testimonianza alcune statuette fenicie, conservate presso il Museo Archeologico di Cagliari, di sacerdotesse (probabilmente della dea Astarte) che suonano a mano nuda qualcosa di simile a un odierno tamburo a cornice.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Proseguendo nella storia, il Tympanon, che le pitture greche ci mostrano ancora tra le mani di suonatrici donne, diventa per i Romani Timpanum e, stavolta, lo ritroviamo in un famosissimo mosaico di Pompei conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, in mano ad un uomo che lo percuote con la pelle rivolta verso il basso, una tecnica di esecuzione, questa, utilizzata per suonare l’attuale tammorra in Italia Meridionale e che si osserva presso tutte le popolazioni del Mediterraneo e del vicino Medio Oriente che utilizzano tamburi di tale forma.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Dal Medioevo al Rinascimento, la tammorra viene raffigurata nelle mani di angeli musicanti o nelle tarsie dei cori delle chiese, in cui si evidenzia l’uso del tempo di sospendere dei sonagli al telaio o anche di applicare la bordoniera (una corda posta sulla pelle per dare allo strumento il suono rullante). Questo testimonia l’apprezzamento e la diffusione dello strumento al di là della fetta prettamente popolare della popolazione.</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">LA TAMMURRIATA</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Anche le origini della tammurriata (o ballo n’copp o’ tamburo), il ballo legato alla tammorra, si perdono nella notte dei tempi. Probabilmente le antiche danze greche e quelle delle genti campane, come i Sanniti, sono le vere antenate del più famoso ballo popolare campano.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Malgrado il trascorrere dei secoli e le varie influenze esterne subite nel corso dei tempi, la tammurriata odierna conserva i tratti fondamentali di queste antiche danze, continuando a rappresentare i riti della sessualità e della fertilità connessi alla terra intesa come madre di ogni cosa e, quindi, fonte della vita.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Nel mondo greco, la danza veniva considerata il dono degli dei agli uomini per accostarsi alla divinità fino ad identificarsi con essa, unico modo per raggiungere, almeno idealmente, l'immortalità. Alcune di queste antiche danze, come apprendiamo da dipinti, bassorilievi, citazioni, presentavano gesti caratteristici che si ripropongono nella figurazione tematica dell'odierno ballo su tammorra. Il primo è la cheironomia, cioè la posizione assunta dalle mani nel corso del ballo, molto importante poiché attraverso di essa si esplicitano particolari sentimenti ed emozioni; il secondo gesto è il saltare di tipo demoniaco che agita tutto il corpo. Entrambi questi movimenti erano eseguiti dai satiri, adoratori del culto di Dioniso e Cibele. La danza dei satiri descritta, probabile antenata della tammurriata, si chiama sìkinnis, e si ballava nel naos, il tempio divino.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Le danze bacchiche sostituirono, più tardi, in Grecia la sìkinnis. Sempre in onore del dio Dioniso, queste danze erano costituite dalla elevazione ritmica delle braccia, da piccoli passi e dall'agitazione di tutto il corpo.<br> </span><span class="fs10lh1-5 ff1">Nella schematizzazione della danza dionisiaca confluì anche la gestualità della pirrica greca, anch'essa presente, seppure travisata, anche in alcuni tipi di tammurriata. Le danze pirriche erano di carattere giocoso, ma anche guerresco e venivano eseguite da un'amazzone armata di lancia e di un piccolo scudo ed anche da un sileno (figura mitologica di origine boschiva) che le protendeva la tipica pelle di daino, propria dei cultori di Dioniso.<br> </span><span class="fs10lh1-5 ff1">Altro importante elemento di questo tipo di danze rituali è il luogo dove si svolgono. Per i popoli antichi era lo spazio antistante il tempio del dio, oggi, in un’ideale continuità con il paganesimo, il sagrato o la piazza antistante la chiesa della madonna o del santo.</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Il Ballo, oggi</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Sono stati individuati sinora almeno quattro sub-generi tipologici diversi del ballo sul tamburo: quello domiziano con forte corrispondenza tra repertorio sonoro e musicale, quello vesuviano ancora ben tenuto e strutturato, quello lattaro tendente alla "vutata" in direzione oraria e quello sarnese-nocerino che oggi, diversamente dalla tradizione più antica, è ballato con la tendenza a ridurre gli elementi strutturali ed esaltare le movenze di anche.<br> </span><span class="fs10lh1-5 ff1">Queste differenze sono spesso legate anche alle caratteristiche geografiche del luogo in cui essa si balla: vicino al mare ed in pianura, ad esempio, la danza è stata sempre considerata un avvicinamento sensuale ed amoroso, mentre tra le montagne la necessità di conquistare le vallate le hanno conferito delle caratteristiche più dure e scattanti, quasi guerresche. La tammurriata scafatese ha un fine essenzialmente di natura sensuale; la paganese è più saltellante rispetto alla prima, i ballerini presentano minori momenti di attaccamento e la stessa vutata mantiene i ballerini distaccati. In questo &nbsp;tipo di tammurriata che si può osservare a Pagani e nei paesi limitrofi, il corteggiamento sembra lasciare il posto ad una sfida tra i ballatori. Un terzo tipo di tammurriata è la giuglianese, la sua caratteristica principale è costituita dalla presenza del doppio flauto, del tamburello e dello scacciapensieri. Il ritmo, il sisco inoltre, è più veloce, quasi ossessivo. In onore della Madonna dell'Avvocata, poi c’è la cosiddetta avvocata. La sua caratteristica fondamentale è nella presenza di un numero elevato di tammorre suonate contemporaneamente . C'è una tammorra principale che guida il tempo e, insieme alla voce, dà il numero dei colpi della vutata secondo il testo intonato. Qui la musica e i movimenti sono veri e propri richiami guerreschi, incitamento agli uomini nei momenti di combattimento.</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">La tammurriata è una danza a coppia, ed esprime rappresentazioni rituali che non riguardano il quotidiano ma piuttosto tutto ciò che il quotidiano negava e reprimeva. Non deve, quindi, essere associata alla tradizionale danza d'amore, cosa che invece può rappresentare la tarantella. I suoi gesti possono essere spontanei, derivati da gesti antichi del lavoro quotidiano nei campi o in casa, come setacciare la farina o spezzare i maccheroni, oppure imitazioni degli atteggiamenti degli animali come il volo degli uccelli e le gestualità tipiche dei gallinacei.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">Durante l'esecuzione della tammurriata non dovrebbero esistere attori e spettatori, non vi sono barriere tra i partecipanti alla festa, né esistono palcoscenici, ma si formano spontaneamente dei cerchi con tutti i presenti all'interno nei quali si fondono suonatori, cantatori e spettatori. Il cerchio, simbolo classico delle tradizioni pagane, simboleggia il desiderio di sfuggire il tempo, si tenta, attraverso di esso, di fermarlo almeno per quel momento di festa donato alla divinità. Il duro vivere quotidiano viene così dimenticato ed esorcizzato. Inoltre, il cerchio serve a potenziare le energie dei partecipanti alla tammurriata; nel suo interno la danza si svolge regolarmente sempre sulla ritmica dello schioccare delle &nbsp;castagnette, tenute in mano un po' da tutti.<br></span><span class="fs10lh1-5 ff1">La fase del ballo più coinvolgente e frenetica è chiamata rotella o vutata. La vutata è il simbolo della sfida o dell'accoppiamento, ma può rappresentare da parte della donna un rifiuto dell'uomo che la sta corteggiando. La coppia, allora, si può spezzare ed in questo momento può entrare, per formare una nuova coppia, un altro personaggio, come nuovo potenziale corteggiatore. In questa fase si modificano anche la ritmica e la parte cantata, infatti la tammorra batte in uno, il cantate canta su una nota sola molto prolungata, o aggiunge dei versi più brevi per seguire i due danzatori che girano su loro stessi quasi incatenati. Nella girata l'andamento della danza, nella maggior parte dei casi, è antiorario.</span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><span class="fs10lh1-5 ff1"><br></span><div class="mt1"><span class="fs10lh1-5 ff1">Marianna De Pascale</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 03 Jan 2011 16:29:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.ugomaiorano.it/blog/?la-tammurriata</link>
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