Ugo Maiorano
quando la tammorra diventa una scelta di vita
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LA DANZA RITUALE DELLA VALLE DEL SARNO E I SUOI “POTERI”

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Pubblicato da Gerardo Sinatore in Musica della Tradizione · 2 Aprile 2021
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LA DANZA RITUALE DELLA VALLE DEL SARNO E I SUOI “POTERI”
 
(Gerardo Sinatore per l’amico e maestro Ugo Maiorano)
 
 
 
La danza è il linguaggio degli stati d’animo, con essa si esalta la vittoria, l’amore, il dolore e il lutto. Il movimento che crea in ognuno, se assecondato nella sua autenticità, conduce al senso dell’io e fa scoprire chi non si è, liberando da sensi di colpe, da dipendenze mentali, dalla solitudine interiore e fisica. L’antropologia del comportamento evidenzia che il bambino, ancor prima di camminare, balla. In effetti, la danza è da sempre una componente essenziale della vita umana, in ogni luogo e in ogni tempo ha accompagnato i momenti più importanti del singolo e delle comunità, concorrendo a celebrare nascite, morti, matrimoni, raccolti, stagioni e riti di passaggio.
 
 
La danza fa sempre bene ma diventa “scientificamente terapeutica” quando rende consapevoli del beneficio indotto, ovvero dell’armonia unitaria che crea tra corpo, anima, mente e cuore. La danza non serve ad imitare, ma a “scoprire”; infatti aiuta a raggiungere il centro interiore del nostro essere imparando ad allentare le tensioni e a lasciarci andare per scoprire la vera libertà d’agire. Durante la danza, gli impulsi generati dal cervello per trasformarsi in movimento modificano in meglio le capacità motorie ed il comportamento neuro-chimico. Ciò genera una maggior consapevolezza della mente, del corpo e delle emozioni, liberandoci dagli automatismi inconsapevoli che nel quotidiano guidano, nostro malgrado, il nostro essere. Con la danza si apprende la volontà, la capacità di relazionarsi meglio con il partner e la potenza dell’energia sensuale.  
 
La danza è il mezzo più naturale per esprimere emozioni, è la reazione più spontanea alla musica.
 
 
La danza scioglie la tensione in situazioni di difficoltà o di ambiguità personale e sociale. Una delle prove più evidenti credo che sia nel bisogno dei ragazzi di danzare insieme, di recarsi in luoghi ed ambienti in cui si balla. Gli individui di età adolescenziale e post-adolescenziale hanno la NECESSITÀ di partecipare a riti collettivi, come quello della danza, per superare il “passaggio”, l’ambiguità dell’età e sciogliere le tensioni prodotte da una società sempre più stretta e restrittiva. Nella danza si convogliano le energie sessuali entro canali socialmente inoffensivi con una forma adulta di gioco infantile in cui, in effetti, si ripercorrono al contrario le fasi della crescita, liberi dai diversi livelli di condizionamento culturale imposti.
 
 
La danza esprime l’identità di un popolo e contribuisce allo sviluppo dell’identità personale del fanciullo aiutandolo a socializzare. A mio avviso, con un semplice girotondo, che è una danza ancestrale, si innestano processi di strutturazione delle identità perché nel darsi la mano ci si sente uno con tutti, e quindi si cominciano a tracciare le basi della conoscenza delle somiglianze e delle differenze. Danzando, i bambini costruiscono le basi per affrontare meglio la vita sociale, si formano l’identità intellettuale e arricchiscono il proprio bagaglio di esperienze formative.
 
 
Ogni danza popolare contrassegna un’identità etnica in quanto nasce da un contesto culturale specifico in cui la musica del luogo esprime e racconta con suoni ricercati e parole, storie che insieme scrivono la Storia. La danza è la rappresentazione delle storie, della Storia e del lessico del carattere identitario di quel popolo. Ogni contesto geografico e culturale diverso sviluppa un linguaggio proprio che rappresenta con una propria danza di scopo, cioè “rituale”. Il linguaggio della danza è un linguaggio che concorre con il linguaggio verbale ad esprimere l’anima. Anche la danza rituale, come la lingua locale, ha le sue strutture profonde e le sue forme sintattiche.
 
 
Identitariamente ognuno ha dei propri movimenti che ne disegnano la sua unica personalità, la propria identità, per l’appunto. C’è chi danzando muove prevalentemente le mani, chi la testa, chi il bacino, chi le gambe, chi l’addome, chi chiude gli occhi. Ogni parte del nostro corpo esprime qualcosa. Agitare la testa: è come volersi liberare da pensieri; agitare le mani: è come voler toccare il tangibile e l’intangibile, è volare e nuotare; agitare l’addome e il bacino: è corteggiare, svelare sensazioni, è il pavone che sventaglia la sua coda multicolore; muovere le gambe: è camminare e correre sul ritmo del tempo e dello spazio; chiudere gli occhi: è annullare i canoni sociali del tempo e dello spazio, allontanarsi dalla propria percezione; fissare il partner: è spogliarne l’anima e non solo ….
 
 
Nei luoghi del Sud Italia le danze rituali di fertilità sono tutte dedicate esclusivamente alla Vergine che pur essendo sempre la stessa, assume nomi, nomignoli e connotazioni diverse, proprio come avveniva per le deità pagane e più specificamente per la Grande Madre. C’è un canto dei marinai napoletani, ad esempio, che ancora viene rivolto alla Vergine con la stessa devozione con la quale gli antichi Popoli del Mare lo rivolgevano ad Astarte (Ishtar): O Vergine del mare, madre e Regina benedetta delle acque, calma le tue onde…
 
 
La forma di danza che si è stabilita nei secoli si è sempre mossa a stretto contatto con le pratiche religiose; la danza aiuta a contemplare e con-templare deriva da cum templum, ossia spazio del cielo e quindi a raggiungere lo spazio divino. Essa era finalizzata per lo più:
 
A) alla preghiera, dove il termine “preghiera” (e la preghiera guarisce davvero com’è stato dimostrato anche da uno studio dell’Università di San Francisco del 1982) assume il significato di devozione, di manifestazione devozionale.
 
A proposito di guarigione, mi sembra quasi opportuno tracciare un parallelo tra i riti della tarantata pugliese e quelli dei fujenti di Sant’Anastasia/Pomigliano d’Arco. Infatti, mentre la tarantata sembra che smaltisca il veleno, iniettato dalla tarantola, attraverso il sudore cagionato dai saltelli, la fuga forsennata dei fujenti di Pomigliano scioglierebbe i princìpi psico-neurologici che procurano le convulsioni, il piccolo male, l’epilessia, liberando i soggetti affetti da tali patologie dai loro demoni;
 
B) ad uno scopo magico-rituale, cioè per procurarsi un’estasi di tipo sciamanico alterando la propria dimensione psichica per poter divinare ed acquisire una conoscenza trascendente e stabilire un contatto.
 
In effetti, attraverso la danza, stimolata dal ritmo e dalle parole in canto, si manifesta l’anima: il corpo si anima muovendosi non più spinto dai muscoli ma dal suo sentire, dal suo essere parte dell’Universo seguendo il ritmo; il sentire ha relazioni esclusivamente con linguaggi primigeni, misteriosi, come quello della musica che Platone e Aristotele chiamavano mousiké la quale aveva un potere paideutico, cioè psichicamente formativo, in grado di coinvolgere non soltanto ad un livello intellettuale ma soprattutto emozionale, favorendo l’interiorizzazione di principi universali costituenti l’ethos, ovvero il valore, il valore di un popolo e quindi il significato degli uomini, il vero senso della vita.
 
 
La danza libera il corpo dai codici convenzionali ed esalta i gesti, i linguaggi primordiali, per significare:
 
1) invocazione;
 
2) celebrazione;
 
3) rafforzamento (cioè autoincitamento/costernazione);
 
4) evocazione/narrazione.
 
Quella non mimata è storicamente anteriore a quella mimata e secondo Kurt Sachs, quella non mimata, astratta, veniva praticata presso le popolazioni non dedite alla caccia come le nostre che, sostenendosi con i prodotti della terra, omaggiavano ed invocavano la fertilità esclusivamente con la danza.
 
 
La danza di fertilità veniva effettuata anche nei riti nuziali e durava tutta la notte; molti riti dedicati alla “Grande Madre” o alla “Madre Terra” spesso si rappresentavano per osmosi in riti sensuali che Johannes van Meurs classificava in Saltatio lasciva (cioè Danza lussuriosa) e in Ballematia.
 
 
La danza (o ballo) che si perpetua durante la festa della Madonna delle galline a Pagani è una danza rituale di fertilità con tutti crismi e si compie in Primavera per rappresentare la Rinascita, la Bellezza del prodigioso richiamo d’amore, la celebrazione della fusione naturale degli elementi, la realtà dell’Essere fuori dall’ordinario il quale, a mezzo di essa, diventa straordinario raggiungendo la propria autenticità. Queste danze sono vere e proprie preghiere, testimonianze di devozione che raffigurano il corteggiamento ossia la dinamica dell’incontro umano che ha per fine il congiungimento e per effetto la ri-nascita attraverso di esso. Congiungimento anche come allegoria del prodigio che, inarrestabilmente, accade all’inizio dell’anno agricolo, cioè in Primavera.
 
 
PAGANI, una cittadina ai piedi del Vesuvio della fertile Valle del Sarno, è l’emblema rituale delle danze di fertilità. In Campania queste danze si chiamano Tammurriate e sono tradizionalmente propedeutiche (per lo più) all’unione amorosa. Esse rappresentano fusione di arcaiche tradizioni pagane di popoli dell’Asia Minore (anatolici), come anche antichi logografi e storici hanno testimoniato parlando della Valle del Sarno e dei Pelasgi, e poi veicolate, molto probabilmente, da popoli nomadi (Zingari) che hanno assimilato accenti da determinati territori in epoche remote. Queste danze, secondo quanto resta evidentemente della loro autenticità, sono accompagnate da un solo tamburo a cornice e la coppia di danzatori (i danzatori sono posizionati di fronte) ne scandisce coralmente il ritmo con le castagnette. La coppia è solitamente formata da donna-uomo ma può essere anche composta da uomo-uomo e donna-donna ed il contatto tra i due è consentito eccezionalmente nell’ultima fase che (se e quando avviene) è quella definita didatticamente dell’incantamento ovvero della presa d’amore, dell’innamoramento, del magnetismo amoroso. Curt Sachs ci racconta che nelle civiltà arcaiche, i danzatori danzavano senza sfiorarsi adattando i propri movimenti a quelli dell’altro evitando il contatto; anche nella tammurriata il contatto è evitato (è più giusto dire era evitato, visto che oggi molti lo ignorano) per generare maggior desiderio.
 
Questa ritualità del tutto viva e vegeta come detto, si esprime con lessici e grammatiche arcaiche, sensibili, cosmogoniche, oltre ad essere un momento di espressione collettiva che accomuna e coinvolge. Benché popolare, in verità non è comunque accessibile a tutti, come ha fatto intendere anche il Ruccello, ed assume il suo carattere misterico (tradizionale-rituale) soltanto:
 
1. Se eseguita durante il ciclo delle 7 Madonne;
 
2. Se eseguita nei luoghi tradizionalmente preposti;
 
3. Se eseguita con modalità tradizionali.
 
 
Sino a pochi anni fa, a Pagani i leader, i vecchi della tradizione, danzavano soltanto a tarda sera quando si creava l’atmosfera giusta ed esclusivamente con chi era pronto e meritava di sapere che:
 
a) tra i due danzatori doveva da crearsi un forte reciproco sentire per poterla condurre sul filo degli occhi cioè, con gli sguardi incatenati;
 
b) la danza andava accompagnata da un solo ipnotico tamburo a cornice che doveva eseguire un ritmo binario a misure costanti e tendenzialmente in crescendo (per i Greci la scala musicale è solo ascendente): il crescendo doveva essere progressivo, ovvero distribuito lievemente sull’intera durata della danza mentre il tamburo doveva inseguire il tempo del canto che si doveva estendere e restringere in virtuosi melismi di pari misure. Oltre a ciò, la tammorra nelle mani del tammorraro doveva girare intorno all’asse del polso avanti e indietro e gli armonici riecheggiare, abbassandola all’altezza della pancia e innalzandola all’altezza del petto, attraverso un movimento ventilatorio ad intervalli quasi regolari; solo così gli armonici avrebbero prodotto Om a varie frequenze sonore nel cerchio che si sarebbe irradiato sui danzatori presi totalmente dalla danza. Solo quando il ritmo costante sarebbe diventato più incalzante, ossessivo, ipnotico, (quando “s’è scarfata ‘a tammorra!”) la danza avrebbe assunto l’intensità erotica dei preliminari. Le vutate, dovevano essere geometricamente inframmezzate;
 
c) il canto sul tamburo - eseguito da uno o più cantori - doveva essere misterico (simbolico), allusivo, sensuale, improvvisato, a risposta e modulato a misure costanti, inseguito dal tempo del tamburo ma senza mai variarne il tactus musicale;
 
d) la danza non doveva avere una durata prestabilita e doveva proseguire sino allo sfinimento, allo svuotamento, nella stanza da letto…]
 
Rispettando ognuno di questi elementi indicati, si crea un cerchio serrato e partecipante di pubblico che emette, di tanto in tanto e sollecitato anche dai cantori, mugolii sempre più corali che simulano il respiro del coito, contribuendo in modo determinante al raggiungimento dell’incantamento.
 
Nel cerchio la gente si unisce e gode l’evento creando un legame affettivo oltre che a trasmette la propria energia al centro del cerchio sui danzatori che progressivamente vivono l’incantamento. Questa danza, comune a tutta la Valle del Sarno, costituisce di per sé un symbolum. Il symbolum, cioè il pensiero simbolico, è l’idea che precede il linguaggio ed in questa epoca secolarizzata e desacralizzata rimane, d’intorno al Vesuvio, straordinariamente un forte patrimonio identitario. Symbolum è un termine latino che significa Accostamento, Segno di riconoscimento e deriva dalle locuzioni greche Insieme e Gettare ovvero Mettere insieme, Far coincidere; nell’antica Grecia si chiamava Symbolum un mezzo di riconoscimento, un pezzo di legno, di pietra, di argilla o una moneta spezzata in due, in modo che le parti possedute costituissero una sola unità e queste due parti, conservate per essere mostrate e ricongiunte, legittimassero un rapporto, una relazione, un accordo, un patto, un diritto. Più specificamente, etimologicamente, il termine è composto da syn-bàllein, unire, in opposizione a dia-bàllein, cioè calunniare, disgregare, disunire da cui il termine dal principio diabolico separatore cioè diavolo. Questa danza è pertanto duplicemente un symbolum in quanto la coppia danzante ne costituisce le sue due parti e narra, ad esse parti, la storia della loro passione, della loro unione, della rinascita e della trasformazione. Ed ecco che emerge il sacro che è nell’uomo, quell’esperienza legata indissolubilmente allo sforzo dell’uomo per costruire un mondo che abbia un significato, come afferma Mircea Eliade, così che l’invisibile diventi tangibile.
 
 
Le ritualità rappresentate dalle danze di fertilità sono un mezzo per associare i movimenti della mente, le sensazioni, i sentimenti e le intenzioni, ai movimenti del corpo, in modo da ottenere un’unità con sé stessi, una comune manifestazione. Alcuni movimenti contengono la dimostrazione di qualcosa e in queste danze si avvera l’esplosione dell’amore, della sua gemmazione, l’amplesso. La Tammurriata è una danza non mimata e quindi storicamente anteriore a quella mimata. Le ricerche di Sachs ci dicono che la danza non mimata, astratta, veniva praticata presso le popolazioni non dedite alla caccia che, sostenendosi con i prodotti della terra, omaggiavano ed invocavano stagionalmente la fertilità con essa. La danza di fertilità per antonomasia è quella dedicata alla Grande Madre che ispirava, per l’appunto, l’unione sacra, il sacro amplesso. Per meglio poterla comprendere si potrebbe - a scopo puramente esplicativo-didattico - scomporla in 4 fasi:
 
1) Conoscenza;
 
2) Corteggiamento;
 
3) Conquista;
 
4) Incantamento (Contatto).
 
Fasi che corrispondono, volendo anche tracciare un equivalente con la vita dei campi, all’Aratura, alla Semina, alla Fioritura ed al Raccolto.
 
Una danza autentica è come il primo amore che non si scorderà mai più perché ognuno di noi reca in sé il Piccolo principe, l’intimo bambino che ci sopravvive; ognuno di noi custodisce nel suo profondo un fluido così potente e generativo che con la danza ci trasforma in stelle. Credeteci.
                                                                                                                          Gerardo Sinatore

 
 
[parte dell’articolo è stato tratto da: Gerardo Sinatore, “HIERÒS GÀMOS - SACRO AMPLESSO - Le Danze rituali di Fertilità della Valle del Sarno con testi per un progetto musicale di Rinascita. (L’Anima Mundi, sulle tracce dei simboli sonori, prende forma nei Cantici della Musica delle Tradizioni e nella Danza rituale di Fertilità propedeutica all’Unione Sacra. Collana   Antica Valle del Sarno Autore)”, Prefazione di Elisa Flaminia Inno, Edizioni Sinàtora & Turner per l’Arte e lo Spettacolo, settembre 2019, ISBN   978-88-945402-7-7]  



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