Il Ballo senza Anima
Pubblicato da Guest Blogger Tanya Maiorano in storie · Lunedì 08 Giu 2026 · 7:45
Tags: Ugo, Maiorano, Sito, Ufficiale, ballo, senza, anima, danza, musica, arte, performance
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Un tempo la festa non era un appuntamento sul calendario, ma un battito necessario dell'anima, un rifugio sacro dove la fatica della terra si trasformava in devozione e il silenzio valeva più di mille parole. Oggi quel silenzio è assediato dal frastuono, ma la radice, se curata con rispetto, continua a spingere sotto la terra antica.
Qualche giorno fa mi sono ritrovato con Biagino e Ugo ho assistito ad uno scambio di idee che riporto pari pari al testo. Ugo e Biagino, entrambi di S. Marzano sul Sarno (SA), due epoche diverse ma ancora con gli stessi valori; entrambi hanno conosciuto i vecchi della tradizione ed entrambi possono raccontare tantissimi aneddoti della vita popolare e della tradizione.
Il ballo senza anima: confronto costruttivo sulla radice e sul futuro
UGO: Vedi, Biagino, quando guardo le nostre piazze con le feste tradizionali oggi, avverto una forte spaccatura nell'anima. In superficie, la tradizione appare più viva che mai: cerchi enormi, fiumi di persone, e tantissimi giovani che si avvicinano a ritmi e canti che un tempo rischiavano l'estinzione. Da un lato la mia pelle gioisce, perché vedere questa moltitudine unita da una stessa vibrazione è un'immagine fraterna che scalda il cuore. Eppure, dietro questa facciata amplificata dai social, mi sale un nodo in gola che mi costringe a scavare più a fondo. Ti guardo suonare e mi chiedo: in tutto questo movimento, cosa è rimasto della devozione autentica? Dov'è finito il rispetto profondo per il rito?

BIAGINO: È una domanda che pesa, Ugo, e che ci dobbiamo porre con onestà, proprio per il bene di questa radice. Il fatto che la tradizione attiri così tanta linfa giovane è un segnale meraviglioso, un dono. Ma la verità che fa male è che oggi troppe cose vengono inventate sul momento, create a tavolino solo per mettere in piedi uno spettacolo o per catturare un briciolo di attenzione passeggera. Come dicevano i vecchi nostri, "’O troppo stroppia", e a forza di voler strafare si rischia di perdere la misura di ogni cosa. Questa sgrammaticatura del rito spiazza chi ci ha speso la vita. Spesso mi fermo e mi domando: era meglio prima, nel silenzio dell'isolamento, o adesso, nel frastuono della piazza piena?
UGO: Se vogliamo costruire e non solo rimpiangere, dobbiamo considerare che "adesso" ha una forza straordinaria. Le feste hanno abbattuto i vecchi confini del pregiudizio e c'è una nuova generazione che ha una sete pulita, una voglia immensa di accedere ai testi, di fare propri i versi e i nodi del canto. Questa non è moda, è fame di appartenenza. Certo, se guardo a "prima", affiora la nostalgia di quando ci si chiudeva in cerchio solo per il bisogno viscerale di stare insieme, e non importava chi cantasse: l'unica cosa sacra era la partecipazione. Eravamo in pochi, derisi da una modernità che ci considerava superati; eppure, quel piccolo cerchio viveva di una devozione totale. Allora sì che valeva il detto "Dicette ’o pappece vicino a ’a noce: damme timpo ca te spertose": ci è voluto tempo, abbiamo resistito con pazienza quando nessuno ci dava ascolto, e alla fine la tradizione ha scavato la roccia ed è arrivata fino a oggi.
BIAGINO: Hai centrato il punto, il fulcro è lo spirito. L'equivoco di fondo di oggi è pensare che, poiché la tradizione appartiene a tutti, chiunque possa disporne a proprio piacimento, senza l'umiltà dell'ascolto e lo studio. Ma la verità è che "Nisciuno nasce ’mparato"; ci vuole rispetto per chi è venuto prima di noi. Un tempo la comunità era retta da un "galateo" non scritto ma rigoroso. Nessuno aveva bisogno di regole stampate: chi varcava la soglia dello spazio sacro sapeva istintivamente come comportarsi. Era un ordine ancestrale fatto di sguardi, precedenze silenziose e passi misurati. Oggi questo limite si è perso, e il passato viene spesso ripulito dalle sue fatiche, estetizzato e trasformato in un prodotto appetibile.
UGO: Ma la nostra sfida, la responsabilità di chi custodisce la memoria, sta proprio nel non chiudere quella porta. Il problema non è il numero di persone in piazza: che i tamburi vibrino è una benedizione. Però non dobbiamo permettere che tutto diventi una messinscena, perché "’A gallina fa l'uovo e a ’o gallo piglia ’o mazzo": non può essere che i vecchi abbiano fatto i sacrifici per conservare il rito e oggi arrivi l'ultimo venuto a prendersi il merito senza capire niente di quello che sta facendo. Se la tradizione si riduce a pura estetica, recidiamo il legame con chi ha protetto il rito nei momenti bui. Se togliamo il rispetto per i maestri, crolla l'intera architettura. Resta solo una bella coreografia, un grande baccano dove tutti gridano e nessuno sa più ascoltare. E una tradizione senza ascolto muore, anche se la piazza continua a ballare.
BIAGINO: Proprio per questo, Ugo, vedere i giovani che si avvicinano con rispetto e che vogliono davvero imparare è la nostra vittoria più grande. In fondo, "’O purpo se coce int'all'acqua soja": ognuno deve fare le proprie esperienze e maturare con i propri tempi nel cerchio della vita. I giovani crescono, assorbono il testimone, e chi ha più cammino alle spalle deve saper fare un passo di lato per dare loro spazio. Non significa abbandonare il cerchio, ma proteggerli con la nostra memoria, lasciando che i loro passi, nuovi e vigorosi, continuino a calpestare e ad onorare la stessa terra antica.

(Foto di francesco Gaito)
A questo punto, il cerchio del dibattito si chiude e i tamburi si fermano per un momento. Sulla scorta di questo intenso confronto tra due generazioni della stessa terra, voglio raccogliere il senso profondo di tutto ciò che ci siamo detti in un ultimo, definitivo pensiero:
Chi si accosta a queste pagine deve comprendere che la critica qui espressa non nasce da un disamore verso la tradizione, né da una sterile chiusura nostalgica. Al contrario, la tradizione rappresenta la nostra radice più profonda, un patrimonio identitario che portiamo impresso nella carne. Ciò che si contesta è unicamente la sua deriva superficiale, quel processo di mercificazione che svuota il rito della sua sacralità e lo riduce a mero intrattenimento estetico o a contenuto per palcoscenici virtuali.
La vera tradizione possiede intrinsecamente una vocazione altissima: essa nasce per unire e mai per separare. È un terreno comune d'incontro, un ponte intergenerazionale capace di legare il passato al futuro, abbattendo le barriere dell'individualismo per riscoprirsi parte di una comunità. I maestri e i portatori storici che abbiamo avuto il privilegio di conoscere non cercavano la celebrazione del singolo, ma la verità e la coesione del cerchio.
Custodire questo immenso patrimonio culturale non significa isolarlo o renderlo esclusivo, ma pretendere che la sua trasmissione avvenga attraverso i canali imprescindibili dell'ascolto, dello studio e del rispetto reciproco. Finché sapremo accostarci al rito con l'umiltà di chi sa mettersi in ascolto prima ancora di agire, la memoria storica del nostro territorio rimarrà una risorsa viva e inesauribile. Custodire l'anima del ballo significa, in ultima analisi, garantire che la festa continui a essere uno spazio di autentica inclusione e di universale fratellanza.
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